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domenica 1 Febbraio 2026,

Due zecche nella lingua

Le lingue si arricchiscono prendendo parole dalle altre e facendole proprie

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Abbiamo due zecche nella lingua italiana. E nessuna delle due viene dal latino.

Zecca è un bell’esempio di come le lingue si arricchiscono prendendo parole dalle altre e facendole proprie. È sempre accaduto così e sempre accadrà finché una lingua è viva. Se una lingua non cambia e non si arricchisce è “morta” oppure ha qualcosa di anomalo, magari è stata “sigillata” per ragioni politiche o religiose. E viene una riflessione: nei nostri dialetti siamo liberissimi di inventare mastèla a motor per indicare la «lavatrice», o ciuciapulf per non usare l’italiano «aspirapolvere», ma non sarà certo questo il metodo che salverà le nostre parlate.

I Longobardi, che erano di stirpe germanica e furono presenti in Italia dal VI all’VIII secolo dopo Cristo, avevano una parola per indicare la «zecca», ovvero il fastidioso (e pericoloso) ragnetto che si appiccica alla pelle di uomini e animali e ne succhia il sangue. La chiamavano zëkka, che viene da una radice *tikko-: ne derivano il tedesco Zecke e l’inglese tick. Forse noi in Italia al tempo dei Longobardi non avevamo una parola specifica, “giusta”; o forse zecca piaceva di più… Fatto sta che l’abbiamo presa “in prestito” quella volta e continuiamo a usarla, da 14 o 15 secoli.

Il suono è identico, ma sono diversissimi il significato e l’origine dell’altra nostra parola «zecca». La «zecca» intesa come luogo dove si coniano le monete viene dall’arabo sikka, «conio». E da questa zecca viene anche lo zecchino (zechin) moneta coniata a Venezia, nella zeca, fin dal XIII secolo. La parola zecca, con questo significato, è attestata nei documenti italiani dal Duecento, anche nella variante cecha. E nell’antico veneziano è documentato il modo di dire novo de checa.


Molti studi sono stati pubblicati sulle parole che vengono dall’arabo e che compaiono nell’italiano e nei nostri dialetti. Ma il riferimento più importante (sul quale si basa anche questa nostra rubrica «Ma parlo arabo?») è costituito dai due volumi «Gli arabismi nelle lingue neolatine con speciale riguardo all’Italia», opera che porta la firma del glottologo agordino Giovan Battista Pellegrini. La pubblicò nel 1972 per Paideia Editrice Brescia, con una dedica: Alla memoria di mio padre dr. Valerio Pellegrini, nato a Lozzo di Cadore nel 1879 e morto a Cencenighe Agordino nel 1958. I Pellegrini erano una famiglia di farmacisti, originaria di Rocca Pietore, che per lavoro si spostò in Cadore per poi tornare in riva al Cordevole.

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