Chi come me appartiene alla “generazione X“, quella dei nati tra il 1965 e il 1980, se la ricorda benissimo la pubblicità televisiva di un liquore che vedeva come protagonista un famoso attore di teatro. Ho ritrovato lo “spot” su YouTube, eccolo qui:
«Contro il logorio della vita moderna», ci suggeriva un Ernesto Calindri in bianco e nero, consigliandoci di bere l’aperitivo Cynar. A base di carciofo. Perché Cynar? Semplice, il nome scientifico del carciofo è cynara cardunculus, una forma latina che in realtà utilizza radici greche. Le lasciamo perdere, però, perché qui vogliamo concentrarci sulla parola carciofo.
Attestato nella lingua italiana fin dal XVI secolo, «carciofo» indica una pianta alimentare largamente diffusa nella Penisola dal secolo precedente, dal Cinquecento, ma nota già prima e coltivata fin dall’epoca romana. Il nome «carciofo» ci viene dagli arabi, harsuf era infatti il carciofo selvatico, cardo spinoso, noto nelle nostre regioni centro meridionali anche col diminutivo carcioffolo.
Tuttavia, le parole che importiamo da altre lingue non attecchiscono dappertutto.
E infatti nei dialetti dell’Italia settentrionale si diffuse maggiormente un’altra voce, articioco, con varianti (archichiocco, per esempio). Va confrontato con il francese artichaut, da cui forse ci arriva, e con il tedesco Artischocke, poi Erdschocke col falso riconoscimento di Erd, «terra». A metà Ottocento Giuseppe Boerio attesta che a Venezia si diceva artichioco; la forma articioco è dei dialetti padovano, polesano, veneziano, trevisano, valsuganotto, bellunese, triestino e istriano, mentre nel vicentino, nel veronese e in alcuni dialetti bellunesi dovrebbe essere arzicioco. Per dire, in zoldano è articioco, come mostra il vocabolario di Enzo Croatto, articiochi nell’Agordino e in Alto Cordevole, articioco a Cibiana di Cadore, mentre nel dialetto di Belluno di fine Ottocento, attestato da Giulio Nazari, risulta artzicioco. Anche il tipo articioco/archicioco è stato ricondotto all’arabo, ma con incertezze: per il Dei è arbitrario il riferimento a ardi sauki. Personalmente non vedo troppe difficoltà nel ricondurre carciofo e articioco alla stessa origine.
Ah, un’avvertenza. Da bere sarà anche utile contro il logorio della vita moderna – che oggi chiameremmo senz’altro stress – ma piano col «carciofo»: se lo dite di una persona («è proprio un carciofo») ricordatevi che è un insulto bello e buono perché dal toscano, in senso figurato, è passato a indicare un «uomo buono a nulla, stolido», come certifica il Dizionario Etimologico Italiano.
Molti studi sono stati pubblicati sulle parole che vengono dall’arabo e che compaiono nell’italiano e nei nostri dialetti. Ma il riferimento più importante (sul quale si basa anche questa nostra rubrica «Ma parlo arabo?») è costituito dai due volumi «Gli arabismi nelle lingue neolatine con speciale riguardo all’Italia», opera che porta la firma del glottologo agordino Giovan Battista Pellegrini. La pubblicò nel 1972 per Paideia Editrice Brescia, con una dedica: Alla memoria di mio padre dr. Valerio Pellegrini, nato a Lozzo di Cadore nel 1879 e morto a Cencenighe Agordino nel 1958. I Pellegrini erano una famiglia di farmacisti, originaria di Rocca Pietore, che per lavoro si spostò in Cadore per poi tornare in riva al Cordevole.
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