Il digiuno: penitenza o atto d’amore?

L’articolo è pubblicato nell’edizione cartacea dell’Amico del Popolo n. 8 del 19 febbraio 2025, in distribuzione questa settimana (su abbonamento, in edizione digitale e in edicola)

Digiuno. Macché atto di penitenza!
Atto d’amore al corpo e alla carne propria, di troppo.
Atto d’amore alla carne altrui, che soffre di fame e abbandono.
Dio se ne fa nulla dei nostri digiuni. Lo ha detto 28 secoli fa Isaia: «Digiunare significa dividere il pane con chi ha fame, aprire la casa ai poveri senza tetto, dare un vestito a chi non ne ha, non abbandonare il proprio simile» (Isaia 58,7).
Certo, Cristo Gesù ha digiunato, e forte!, di suo. Poi però ha moltiplicato i pani e i pesci.
Non ha detto di digiunare. Anzi qualche copista sbadato, orecchiando frasi circolanti, ha messo due secoli e mezzo dopo, vangelo di Marco, la parola “digiuno”, che Gesù non disse. «Questo genere di spiriti non può scacciare se non con la preghiera», senza digiuno (Marco 9,29).
Ma oggi si parla di cibo da ogni parte, fino a far chiudere lo stomaco.
Ho davanti una rivista femminile con schede ed elenchi di cibi. Con paradossi che mi fanno sorridere e piangere.
Resto stupito sull’analisi biologica che si fa su ogni tipo di cibo.
Per combattere le malattie, ma soprattutto per allungare la vita, dicono.
Esito: lo stesso cibo fa bene e fa male.
Fa venire l’ansia da controllo. Che, purtroppo, danneggia lo… stomaco.
Gesù ha la parola giusta: non ciò che entra come cibo nel corpo fa male; è ciò che esce dalla mente e dal cuore umano a inquinare il mondo.
Appunto, esce quello spirito di possesso e rapina, sete e fame di dominio su quanto frutta denaro e porta le persone alla fame.
Il digiuno è una tappa, per fermarsi, far silenzio e riflettere. È caratterizzato dal suo fine e dai suoi obiettivi.
Numerato e tabellato come fisso periodico saltuario, pieno o parziale, affibbiato dal medico dietista o fatto da sé, il digiuno ha poco senso. Anche gravato dalla norma tombale: evita il cibo super processato, se riprendi a mangiare (ma poi la diabolica pubblicità industriale te lo pone in tavola, appena apri il cellulare e quindi!).
Allora, senza ansie e pregiudizi mentali, senza troppi calcoli, facciamo digiuno.
Come “nutrimento” alla vita corporea e spirituale, dandole spazio e tempo.
Come condivisione e sostegno di chi ha fame ed è senza acqua.
Come solidarietà e dono per chi soffre miseria in assenza di lavoro.
Come aiuto d’emergenza a chi è sfollato per guerre e tragedie geologiche.
Come leggerezza rispetto al frigo troppo pieno di impulsi golosi a portata di mano.
Come libertà di scelta contro lo scandalo del cibo buttato al macero.
Come festa d’incontro tra persone, ‘‘anche se io digiuno’’, gustando quanto posto davanti, piacevole o spiacevole che sia.
Il cibo è per la vita. Il digiuno è per il senso della vita, che fa tutt’uno col corpo che sono.
Il pane quotidiano richiama il corpo di Cristo Gesù, dato a noi in cibo, per portare la carne che siamo, all’abbraccio con lui.
Un banchetto eterno di festa e di vita.
Gigetto De Bortoli

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Una risposta

  1. Dopo Isaia e dopo Gesù è difficile legare il digiuno ad atti e tempi sacri; forse il pane quotidiano è quello necessario ogni giorno, cioè il pane della Parola e dell’Eucarestia, quello della giustizia e della carità,…

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