Il 1° maggio dei giovani bellunesi: «Il lavoro non sia tutto, noi vogliamo vivere»

Ma anche di chi ha scelto l'estero per realizzarsi o di chi il lavoro l'ha perso o ci è morto
30 Aprile 2026
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Il Primo Maggio è la festa di tutti i lavoratori. Dei più giovani, che il lavoro lo immaginano diverso: «Vogliamo lavorare sì, ma senza smettere di vivere», è la voce che emerge. Ma anche di chi, come Silvia e Stefano, ha scelto l’estero per realizzarsi. Dicevamo, la festa dei lavoratori. Non proprio. Secondo Denise Casanova (Cgil Belluno), c’è ben poco da celebrare tra il calo dell’occupazione, le crisi aziendali e gli incidenti.

Tutto questo è al centro dell’approfondimento dedicato al lavoro, nelle pagine 2 e 3 del numero 17 de L’Amico del Popolo del 30 aprile 2026. Di seguito solo alcuni estratti degli articoli firmati da Elisa Strano, Martina Reolon e Irene Dal Mas. Per leggere l’inchiesta completa è possibile acquistare il settimanale in edicola oppure abbonarsi scrivendo a segreteria@amicodelpopolo.it.

Il 1° maggio dei giovani: «Il lavoro non sia tutto, noi vogliamo vivere»

C’è una linea sottile, ma sempre più netta, che attraversa sogni, paure e ambizioni dei giovani bellunesi. Non è fatta solo di contratti, stipendi o carriere. È una linea che parla di equilibrio, libertà, benessere. In occasione del 1° Maggio, quella linea diventa una voce collettiva che chiede ascolto. Sono studenti universitari, con lo sguardo aperto su possibilità ancora da scrivere. Eppure, su un punto sembrano già concordare: il lavoro non può più essere tutto.

La Generazione Z, dei nati tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2010, sta ridefinendo il rapporto con il lavoro partendo da una domanda semplice e radicale: che posto deve avere il lavoro nella vita? Secondo diverse ricerche sul lavoro giovanile condotte da osservatori internazionali, i giovani oggi non cercano solo stabilità economica, ma soprattutto flessibilità, valori condivisi e benessere psicologico.

Cristina, da Cencenighe, studentessa di Scienze e Tecnologie Alimentari a Udine, lo racconta sospesa tra concretezza e sogno: «Mi piacerebbe lavorare nel settore alimentare come tecnologo, seguendo tutto il processo produttivo. Però sogno anche di trasformare la musica in un lavoro». E quando parla di priorità non ha dubbi: «È importante avere stabilità, ma il benessere personale non può passare in secondo piano».

Diana, di Canale d’Agordo, studentessa a Padova in Tecniche di Laboratorio Biomedico, dà voce a un’altra sfumatura dello stesso cambiamento: «Ho paura di ritrovarmi bloccata in una routine che non sento mia. Per me è fondamentale trovare un lavoro che mi stimoli e che mi permetta di vivere».

Federico, di Belluno, studente a Trieste…

di Elisa Strano

Lavorare fuori dall’Italia: «All’estero è possibile reinventarsi»

Partire per costruirsi un futuro altrove e poi confrontare due mondi che, nel lavoro, funzionano in modo profondamente diverso. È su questo filo che si intrecciano le testimonianze di chi ha lasciato il Bellunese per trasferirsi all’estero: da un lato la maggiore rigidità e burocrazia del sistema italiano, dall’altro ambienti più dinamici, flessibili e aperti al cambiamento. In Canada come nel Regno Unito, le esperienze di due soci dell’Associazione Bellunesi nel Mondo raccontano un mercato del lavoro che valorizza maggiormente le competenze, consente percorsi meno lineari e offre più spazio alla possibilità di reinventarsi, segnando una distanza netta rispetto a un modello percepito come più statico e legato ai titoli di studio.

Stefano, 33 anni, di Belluno, oggi vive a Vancouver (Canada), dove lavora da oltre sette anni e da un anno e quattro mesi è assistente consolare al Consolato Generale d’Italia. In precedenza aveva iniziato l’esperienza canadese con l’obiettivo di fermarsi solo un anno, per migliorare l’inglese e arricchire il curriculum, ma il percorso si è trasformato in una stabilità professionale e di vita inattesa.

La ricercatrice Silvia Del Din, agordina di 41 anni, lavora invece nel Regno Unito come professore associato alla Newcastle University, nel campo della salute digitale applicata alle malattie neurodegenerative come il Parkinson. Anche per lei la scelta di lasciare l’Italia è stata legata alla ricerca di maggiori opportunità accademiche e di un contesto internazionale più dinamico.
Entrambi raccontano ciò che più è mancato dopo la partenza: la famiglia, gli affetti…

di Martina Reolon

Tra morti e nuove crisi, tutt’altro che una festa

Anche quest’anno il 1° maggio sarà più una giornata di lotta, protesta e riflessione che di festa. In Italia, così come in provincia di Belluno. I continui incidenti e morti sul lavoro, l’occupazione in calo, la crisi internazionale e quella delle imprese non possono lasciare tranquilli, anzi. «La situazione è ben peggiore dell’anno scorso», conferma Denise Casanova, segretaria Cgil Belluno. «Nei primi mesi del 2026 è aumentato il numero delle ore di cassa integrazione, i contratti in somministrazione (cioè quei casi in cui il lavoratore viene assunto e pagato da un’agenzia per essere inviato a lavorare presso un’altra azienda) non sono stati confermati e chiudiamo con un saldo occupazionale negativo».

Cosa c’è dietro questa situazione?
«Pesa il comparto dell’occhialeria, dove le aziende stanno internalizzando sempre più le produzioni. Questo riduce le commesse per i fornitori e crea difficoltà soprattutto alle piccole imprese. Poi c’è il settore dell’automotive, con tre anni di produzione industriale in calo. A questo si aggiungono le crisi già in corso, soprattutto nelle fabbriche di Feltre, come Hydro ed Edim, per le quali esistono prospettive di soluzione (per la Edim c’è un acquirente, ndr), ma restano comunque aperte al Ministero. Va, inoltre, monitorata la situazione della Ceramica Dolomite».

C’è il rischio di nuove crisi aziendali nei prossimi mesi?
«Sì, temo che nel corso del prossimo anno si apriranno altri fronti che riguarderanno le aziende fornitrici dei grandi gruppi. La domanda è: che cosa faranno le multinazionali e i grandi marchi di fronte a questa situazione?».

L’altro grande tema è la sicurezza sul lavoro
«È una situazione terribile, che non riusciamo a fermare…

di Irene Dal Mas

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