A volte si abusa di quella che può diventare una “soluzione facile” per spiegare tante parole di cui non riusciamo a scoprire l’origine: ci si aggrappa infatti alle onomatopèe, imitazioni di suoni, rumori, versi di animali. L’onomatopea è un sistema creativo elementare, infantile perfino: «Mamma, guarda, bau» dice il bambino puntando il dito verso il cane, ed ecco, il verso del cane diventa il suo nome, onomatopea. Il fenomeno interessa tutte le culture. La lingua inglese, per esempio, è strapiena di facili onomatopee: oink, purr, tweet, quack, sniff, yawn, ring, snap, click, clap… E finiamola qui, sennò diventa quasi imbarazzante.
Alcuni linguisti ricorrono all’onomatopea per spiegare l’italiano fanfarone, «chi ingrandisce a dismisura la portata delle sue vere o più spesso presunte qualità», interpreta uno Zingarelli che ho comodo sulla libreria. E poi: «dallo spagnolo fanfarron, di origine onomatopeica». L’imitazione creativa avrebbe dunque origine spagnola. Ma ne siamo proprio sicuri al cento per cento?
Apriamo il DEI, il Dizionario Etimologico Italiano che ha parecchi anni sulle spalle ma rimane un riferimento fondamentale: usa una parola sola per dare il significato di fanfarone: «vanesio» (proverbiale la sintesi del DEI). E poi ci dà l’etimologia, l’origine, e non ricorre all’onomatopea: «voce d’origine napoletana, spagnolo fanfarron dall’arabo farfar chiacchierone, passato alla fine del Cinquecento anche in Francia». Hai capito!
Cerchiamo ulteriore supporto e prendiamo il mitico REW, il Romanisches etymologishes Wörterbuch, che al numero 3194 ha proprio il nostro farfar, turco, dice. E poi giù, una mezza colonna di attestazioni nei dialetti neolatini con voci simili al nostro fanfarone.
Giovan Battista Pellegrini ci offre una discussione articolata. Nel Sud Italia troviamo un sacco di parole interessanti: fàrfaru, farfaricchiu, farfareddu, fàrfara, farfariuellu… C’è nei significati, ricorrente, l’idea dell’inquietudine, della vivacità, anche dell’astuzia; si arriva a «vortice», «folletto», «amante», «furfante» e perfino «diavolo». Sì, dice il glottologo di Cencenighe, giusto ricorrere al turco farfar «ma l’origine antica è di certo l’arabo farfar(a), ‘agiter… être incostant, léger, volage’». La possibile «origine espressiva» non sfugge al Nostro, che però la ritiene plausibile già per l’arabo. E il cerchio dunque si potrebbe richiudere, forse, sull’onomatopea. Ma “inventata” dagli arabi (non dagli spagnoli) e da loro trasmessa alle varie lingue del Mediterraneo latino.
___________________________________
Molti studi sono stati pubblicati sulle parole che vengono dall’arabo e che compaiono nell’italiano e nei nostri dialetti. Ma il riferimento più importante (sul quale si basa anche questa nostra rubrica «Ma parlo arabo?») è costituito dai due volumi «Gli arabismi nelle lingue neolatine con speciale riguardo all’Italia», opera che porta la firma del glottologo agordino Giovan Battista Pellegrini. La pubblicò nel 1972 per Paideia Editrice Brescia, con una dedica: Alla memoria di mio padre dr. Valerio Pellegrini, nato a Lozzo di Cadore nel 1879 e morto a Cencenighe Agordino nel 1958. I Pellegrini erano una famiglia di farmacisti, originaria di Rocca Pietore, che per lavoro si spostò in Cadore per poi tornare in riva al Cordevole.










