Non diamo la colpa ai bivacchi

L'editoriale sul numero 20 dell'Amico del Popolo datato 14 maggio 2026 (foto Alberto Laggia)
14 Maggio 2026
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Non diamo la colpa ai bivacchi. Il fenomeno degli incidenti in montagna è, infatti, molto più complesso e sfaccettato. Secondo i dati ufficiali del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, le 13.037 missioni di soccorso (+8%) e le 528 vittime (+13%) rispetto al 2024 evidenziano la necessità di trovare cause ben più articolate e composite, meritando dunque un’analisi, senza scorciatoie comunicative.

Incidenti e infortuni in montagna sono effettivamente in crescita: è un dato reale, certificato da anni dalle statistiche dei soccorsi. Ma attribuire questo incremento alla presenza dei bivacchi significa semplificare il problema, non comprenderlo davvero. Sarebbe un po’ come dare la colpa alle automobili per gli incidenti stradali. Le automobili, infatti, non causano da sole gli incidenti: entrano in gioco preparazione, esperienza, condizioni ambientali, prudenza, capacità di valutazione, percezione del rischio e rispetto dei propri limiti.

Allo stesso modo, un bivacco non genera automaticamente imprudenza. È uno strumento e spesso rappresenta persino un elemento di sicurezza. Possiamo discutere del fatto che debba mantenere un servizio essenziale, ma non trasformarlo nel capro espiatorio di un fenomeno – come detto – molto più complesso. Il vero problema è che negli ultimi trent’anni è cambiato profondamente il modo di vivere ed approcciarsi alla montagna. È aumentato enormemente il numero dei frequentatori, sono nate nuove discipline e la tecnologia ha reso tutto visibile, dando il sentore di un’immediata fruibilità da parte di tutti: una sorta di luna park d’alta quota.
I social media, senza volerli demonizzare, hanno inoltre trasformato la montagna anche in esposizione sociale, consenso e imitazione.

Oggi troppo spesso una meta viene scelta con una ricerca veloce sul web o attraverso un reel visto sui social, senza approfondimento reale, senza studio del percorso e senza una progressiva costruzione dell’esperienza.
Un tempo la preparazione passava attraverso guide, carte, confronti ed esperienza accumulata lentamente. C’erano studio del percorso, raccolta di informazioni e confronto con chi quei luoghi li conosceva davvero. Oggi invece il rischio è sostituire la conoscenza con informazioni rapide, frammentarie e superficiali.

Ed è qui che nasce una parte significativa del problema: si abbassa la percezione del rischio, cresce l’illusione del controllo e si perde consapevolezza del proprio limite. I social, inoltre, introducono dinamiche che prima erano molto più limitate: “lo ha fatto lui, posso farlo anch’io”, “c’era scritto online”, “sembrava facile nel video”. Ma la montagna non è un contenuto digitale. Non è una fotografia. Non è un reel di pochi secondi.

Una ferrata vista online non restituisce davvero l’esposizione, la fatica, il vento, il freddo, lo stress, la preparazione tecnica necessaria e la gestione dell’imprevisto. Entrano così in gioco quelle che vengono definite “trappole euristiche”: scorciatoie mentali che ci portano a credere di essere preparati semplicemente perché abbiamo visto qualcosa online o perché altri lo fanno. Nella vita quotidiana queste scorciatoie cognitive spesso non producono grandi conseguenze; in montagna, invece, possono trasformarsi rapidamente in incidenti o situazioni irreversibili.

Anche la tecnologia ha cambiato profondamente questo approccio. La telefonia mobile e l’elisoccorso hanno salvato moltissime vite, ma in alcuni casi hanno contribuito ad abbassare ulteriormente la percezione del rischio e del limite personale. La preparazione fisica e tecnica, insieme all’umiltà di voler fare esperienze graduali, ha spesso lasciato spazio al “intanto vado, poi vediamo”.

La montagna non è diventata più pericolosa. È cambiato radicalmente il modo con cui molte persone si approcciano ad essa. Per questo il tema non può essere “meno bivacchi”. Il tema deve essere più cultura della montagna, più educazione, più prevenzione e più consapevolezza. Serve tornare a costruire esperienza lentamente. Serve insegnare il limite e spiegare che rinunciare non è una sconfitta.

Forse è arrivato il momento di comprendere che la montagna non può essere affrontata soltanto come tempo libero o consumo turistico, ma debba tornare anche materia di studio, educazione e formazione. La scuola potrebbe diventare il luogo naturale dove insegnare cultura del rischio, orientamento, meteorologia, protezione civile e conoscenza del territorio.

Una sfida educativa e culturale che il CNSAS, il CAI e le Guide Alpine possono contribuire a vincere, mettendo a disposizione esperienza, competenze e conoscenza reale dell’ambiente montano. Perché la cultura della montagna non nasce da un post, da un reel o da un like. Nasce dal tempo, dall’esperienza, dall’educazione e dalla conoscenza. Il problema nasce sempre da come gli strumenti vengono utilizzati e dalla capacità delle persone di comprenderne limiti, rischi e responsabilità. Perché i bivacchi non sono il problema. Come non lo sono le automobili.

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Una risposta

  1. 50 anni di montagna, estiva e invernale: 2 incidenti. Sempre usato cartine, libri, informazioni private,… Sarà un caso?

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