Oggi è un documento di storia e di arte cinematografica, ma un secolo fa si rivelò pure un eccezionale biglietto da visita per il turismo cadorino ed ampezzano. Intendo parlare de “Il gigante delle Dolomiti”, film drammatico del 1926 (35 mm, lunghezza m 2352, in bianco e nero), prodotto da “Pittaluga Film”, diretto da Guido Brignone e interpretato da Bartolomeo Pagano (1878-1947), detto Maciste (1878-1947). Questo notissimo attore genovese, già camallo di porto, era in quegli anni molto amato dal grande pubblico per le sue interpretazioni di eroe buono e dotato di una forza prodigiosa, tanto che il fascismo lo adottò come modello di superuomo italiano da emulare. La durata era di 92 minuti e tra gli attori c’erano pure Aldo Marus, Andrea Habay, Luigi Serventi ed Elena Lunda.
Così la rivista “Al Cinema” recensiva il film appena uscito: «Le perfette inquadrature, che il regista realizza per le scene che si svolgono sulle Dolomiti, riescono a restituire per la prima volta sul grande schermo tutta la bellezza e la maestosità di questo sfondo naturale così come esso appariva 100 anni fa». Che cosa dunque dovremmo dire noi, dopo quasi un ulteriore secolo di sola presunta civiltà progressiva e magnifica? È l’occasione ideale non solo per rivedere spettacolari scenari dolomitici, ma anche ineffabili visioni di un Cadore e di un Ampezzano ormai perduti, a cominciare dal trenino che passa alla stazione di Carbonin o dai turisti che scivolano sulle piste in perfetto stile Stem-Christiania.
La trama è semplice ma efficace: Maciste vive al Passo Tre Croci e si occupa amorevolmente del nipote Hans, figlio illegittimo della sorella morta. Suo acerrimo è il losco contrabbandiere Schultz, un contrabbandiere che, in cerca di facili guadagni, si allea con due avventurieri, Müller e la misteriosa Vanna Dardos, con l’intento di sottrarre i piani di un rivoluzionario progetto aeronautico che il giovane ingegnere Riccardo Ewert sta mettendo a punto nella pace di una baita sulle montagne. Oltre a Vanna, un’altra donna è interessata all’ingegnere: la bella pittrice inglese Maud Fair, che trascorre le proprie vacanze in un lussuoso albergo ed è segretamente innamorata di lui. Nel tentativo di sedurre l’ingegnere, Vanna non si accorge che un ispettore di polizia è sulle sue tracce: grande è il dolore dell’uomo quando si rende conto che la maliarda indagata per spionaggio altri non è che la moglie che l’aveva tradito e abbandonato anni prima. Mentre Maud, con l’aiuto di Maciste, riesce a far fronte ai tentativi di violenza di Müller, l’ingegnere, allertato dall’ispettore, finge di cadere nella trappola di Vanna per renderne possibile l’arresto; Müller e Schultz, vedendosi perduti, si danno alla fuga per un alto passo, ma muoiono durante una bufera di neve. Il finale è scontato: Vanna è costretta all’esilio, mentre Maud può finalmente coronare il suo sogno d’amore.
La rivista prima citata definì il film
«semplice, serrato, drammaticissimo e umano, tutto soffuso di quelle emotività che ben valgono a mettere in valore anche le più piccole sfumature e girato veramente nei luoghi dove l’azione ricorre, cioè sulle alte e maestose Alpi Dolomitiche, circondanti quel meraviglioso fiore alpino che è la conca di Cortina d’Ampezzo».
«Gli interpreti – continua poi – sono stati scelti con cura e perizia indiscussa per modo che il complesso artistico con a capo Maciste è omogeneo e affiatato. Guido Brignone ha dovuto superare ostacoli non lievi, ma anche questa volta è riuscito ad ottenere i più rimarchevoli risultati. Le scene che si svolgono sulle Dolomiti presentano tutte una inquadratura perfetta, dallo sfondo naturale, grandioso e magnifico precisamente come solo l’Alpe nostra permette se ben fotografata».
Guido Brignone in effetti seppe onorare la sua già consolidata fama, per merito anche di due ottimi scenografi, Giulio Lombardozzi e Domenico Gaido, il primo dei quali noto per film di grande successo, come Giuditta e Oloferne (1929) e Sciuscià (1946), mentre il secondo è ricordato ancor oggi per i film di ambientazione storica come Il ponte dei Sospiri (1921) e La congiura di San Marco (1924), oltre che per essere stato costumista del Teatro dell’Opera di Roma.
Molto favorevole fu anche la recensione del film fatta dal Cine-Gazzettino nel gennaio 1927:
«Abbiamo rivisto il buon Bartolomeo Pagano, con i suoi muscoli potenti ed il suo bel sorriso franco ed aperto. In questo film, sceneggiato apposta per lui, egli ci è apparso nella sua forma migliore: quella che gli ha valso il successo accoppiato alla simpatia di varie generazioni di spettatori. L’azione si svolge in un caratteristico villaggio dolomitico sui confini d’Italia, lavoro curato in ogni dettaglio, sceneggiato con somma bravura e interpretato da una eletta schiera di italianissimi interpreti. Fotografia bellissima, come gli esterni girati nei luoghi più pittoreschi delle nostre Alpi».
Più prudente invece il giudizio espresso un mese dopo da La Rivista Cinematografica:
«Film realizzato molto decorosamente, negli stabilimenti di Madonna di Campagna e sulle Dolomiti, da Guido Brignone, al quale manca soltanto un po’ di spirito d’osservazione e di senso dell’humour per divenire un ottimo realizzatore. Inquadrature non genialissime, compensate largamente da una buona fotografia, opera di Massimo Terzano».
Una copia del film è disponibile presso la Cineteca Italiana di Milano, mentre le didascalie e la trama del film sono conservate presso il Museo Nazionale del Cinema di Torino. Il film è stato presentato al Trento Film Festival del 2010 dopo un accurato restauro operato da vari enti, tra cui Unesco, Regione Veneto e Provincia di Belluno.
Walter Musizza











