
Un minimo di cultura
Nel 1961 alcuni amici incontrandosi nella immancabile osteria quasi distrattamente gettano le basi per un futuro sodalizio che raggiungerà il traguardo del mezzo secolo di attività: il Coro Minimo Bellunese.
Bisello, il gestore del Caffè Vapore, darà ospitalità a questo gruppo di amici, per ben 8 anni. In quella sede il gruppo sceglie tematiche e stile, dedicandosi al ‘canto di montagna’ su un modello portato in evidenza qualche anno prima dalla SAT trentina, ma con un piglio del tutto autonomo e particolare, consentito dalla bravura del suo direttore artistico e armonizzatore Lamberto Pietropoli, che lo dirigerà dal 1961 al 1965.

Sono passati pochi mesi dalle prime prove quando il sodalizio decide di darsi il nome di MINIMO, stante l’esiguo numero dei componenti: si presenta così ai concittadini col primo concerto nella sala dell’Auditorium della città, degna cornice per un felice debutto.

Ben Presto il presentatore ufficiale del coro diventa Ugo Neri, che con le sue felici rime condisce in modo intelligente ed efficace gli interventi, sempre più richiesti, del coro.

Il Coro polifonico e la costola del battagliero ‘belun’
Agli inizi del sessantadue, credo, aderii al CTG (Centro Turistico Giovanile) che allora orbitava attorno alla Azione Cattolica – la stessa madre dei ritiri di San Marco – tramite il suo animatore che era Dodo Crespan, il quale aveva avuto l’idea di chiedere al giovane prete Don Sergio Manfroi, diplomato in direzione corale al Conservatorio ‘B. Marcello’ di Venezia, di insegnare e dirigere un gruppo di amici, tutti giovanissimi, per avere a disposizione un piccolo repertorio di canti sacri e profani da utilizzare nelle possibili occasioni (dalle messe alle gite, a qualche commemorazione).
La freschezza dei componenti iniziali è dimostrata dal fatto che una parte dei cantori e il maestro, sono a tutt’oggi gli stessi. Tra questi Gianluigi Secco e Giorgio Fornasier che, tanto per cambiare, perseveravano con le altre passioni a livello personale.
Per qualche anno ci fu anche una parentesi esclusivamente maschile, estratta alle bisogna e di pronto intervento, soprattutto per partecipare alle serate con altri cori di montagna.
Il massimo per il Coro Belun[1] (non sono estraneo alla scelta del nome) sarà, in seguito, al Comunale di Belluno, nel ‘66, con l’esibizione assieme a gruppi allora assai in auge, come il Coro Cesen di Paolo Bon e I Crodaioli di Bepi De Marzi. D’altronde, dei nostri 5 brani, un paio erano di Arturo Benedetti Michelangeli, mica per dire!

Don Serio
Don Sergio Manfroi è un uomo straordinario, anche come prete, ne sono convinto pure se il mio lato di valutazione è sempre stato condizionato dal movente musicale.
Noi più ‘veci’ del gruppo l’abbiamo molto come amico e la sua attività parrocchiale ci ha aiutato a capire che dietro a un carattere apparentemente coriaceo, c’è uno spirito libero e raffinato, dotato di spiccato humor, che lui tende a celare. Così io ed Albino da anni lo chiamiamo, anche pubblicamente, Don Serio, contraendo il nome fin quasi a far sparire la ‘gi’ (anche se lo intendiamo solo noi), e quando siamo assieme, ci raccontiamo, sempre con rispetto, ogni genere di barzellette.
Pastorelle di Natale
Per Natale, avevamo preso il vezzo di cantare a ripetizione. Così, la notte si andava a Borgo Piave da Don Sergio[2], e la mattina dopo, in modo autonomo – chi c’era c’era (e c’eravamo sempre) – a Ponte nelle Alpi dove, finito messa, si andava a prendere una cioccolata a casa dei Dal Poz: un rito.
La stanza con cucina dove era pronto il ‘rinfresco’ era l’ultima di un appartamento sviluppato per lungo e noi entravamo sempre cantando una pastorella. Un anno, mentre sorseggiavamo a scatti il dolce composto – la cioccolata quando scotta, scotta – arrivò la sorella di Albino tutta trafelata pregandoci di scusarla: e scusa di qua e me despiaʃe di là … e chisà cosa che penseré de mi!
Noi ci guardavamo senza capirci nulla. Andò avanti così durante tutto l’incontro fino a che, con calma, lentamente e sazi, ripercorremmo a ritroso la casa per tornare agli impegni di giornata.
In seguito, chiedemmo ad Albino di far luce sul fatto e l’indagine chiarì. Edda stava sistemando il salotto e aveva rovesciato tutte le sedie sopra la tavola, come le donne fanno di solito; le sue scuse si riferivano al presunto disordine che avremmo dovuto percepire in casa, ma nessuno di noi quelle sedie se le ricordava. Non ci servivano per bere e non sapevano da cioccolata,
Proverbi attinenti La lingua batte dove il dente duole; non svegliare il can che dorme; un bel tacer non fu mai scritto. Ancora grazie per tutte le cioccolate, Eda.
Non ci volle molto perché anche le ragazze del CTG chiedessero ammaestramenti a don Sergio per cantare pure loro il ‘popolare’. La Lidia comandava il drappello di queste ‘femministe’ da A.C. e un certo spirito di competizione aleggiò per un poco, almeno fino a quando, mettendoci assieme per un repertorio più impegnato, di polifonia a voci miste, non ne nacque quel Coro CTG che funziona ancor oggi dopo quasi mezzo secolo di vita – pur coi suoi alti e bassi, come comporta un’attività così lunga[3].
Si facevano anche delle esibizioni ‘informali, cioè senza Don Sergio a dirigerci, sostituito da uno di noi dotato di buon ‘orecchio’[4]. Questo succedeva specialmente quando si andava per case di riposo, ospedali, sanatori, e perfino in carcere, ripercorrendo le stesse mete che per anni erano state quelle della Compagnia d’Arte Varia, ormai quasi in pensione.

Anche le nostre prove talvolta diventavano ‘arte varia’, come accadde quella volta che imparammo il brano ‘Io tacerò’ di Gesualdo da Venosa, bellissimo ma impegnativo in alcune voci tanto che il prete stentava a inculcarlo alle contralto: cosa resa ancora più difficile dal fatto che, nel mentre, io ci ricamavo sopra declamando parte del testo a mo’ di speaker di una partita di calcio … Massa, Verracchio, Mora[5] … [un Mora calciatore c’era davvero, e in serie A2]!
[1] Tenori primi: Adolfo ‘Dodo’ Crespan, Vittorio Camuffo, Gianni Artuso, Gianni Bristot, Francesco Colleselli, Gianni Granzotto. Tenori secondi: Giorgio e Pino Bristot, Dante Schiffino. Bassi: Albino Dal Poz, Gino Barbi, Sandro Lorenzi, Matteo Fiori, Mario Balon, Giulio Soriani. Baritoni: Berto ‘Reloio’ De Marco, Mario Case, Gianluigi Secco, Giorgio Fornasier. Gianni e Giorgio, avendo particolare orecchio musicale e duttilità vocale, passavano spesso a coprire altre voci in caso di necessità.
[2] Era allora il parroco del Borgo.
[3] L’attività del Coro polifonico è ancora attuale, anche se il gruppo opera saltuariamente, ritrovandosi comunque per cantare il Te Deum in Cattedrale l’ultimo dell’anno. Il repertorio che va dalla polifonia moderna, a quella classica; dai madrigali di Gesualdo da Venosa ai canti natalizi popolari.
[4] Di solito Albino o Dante, io stesso a volte.
[5] Il testo dice ‘Ma s’avverrà ch’io mora’ ossia ‘se dovessi morire’.
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