Anselmo e i suoi husky: 200 chilometri di corsa a meno 30° ► LA STORIA

La nuova vita del falcadino Cagnati, dopo anni di lavoro all’Arpav e spedizioni alpinistiche
9 Marzo 2026
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Dopo anni e anni di alpinismo, avevo bisogno di qualcosa di diverso». Difficile pensare che ci si possa stufare dell’adrenalina di una scalata o della soddisfazione per l’apertura di nuove vie. E, infatti, stufarsi non è forse la parola giusta. Ma che Anselmo Cagnati, falcadino classe 1956, dopo una lunga carriera lavorativa al Centro Valanghe di Arabba e molte spedizioni scientifiche tra Antartide, isole Svalbard, Terra del Fuoco, Quebec e Himalaya, sentisse il bisogno di una nuova scossa, questo sì. E l’ha trovata in uno sport molto particolare: lo sleddog, le gare di slitte con i cani. Quelle di Balto, per intenderci. Gare che lo portano per oltre un mese ogni anno in Scandinavia e per gli altri undici a Falcade, dove alleva e allena i suoi dodici husky siberiani.

A fare da tratto comune con la sua vita precedente c’è sempre la neve, che per Cagnati, uno dei massimi esperti di criosfera a livello nazionale, è stata ambito di lavoro e studio oltre che compagna di tante avventure in montagna, che lo hanno portato nel 2022 alla conquista del Premio Speciale Dolomiti Unesco in occasione del Pelmo d’Oro. A cambiare, però, è il paesaggio: dai dislivelli dolomitici è passato alle infinite piane scandinave, dall’affollamento delle nostre cime a chilometri e chilometri di nulla. E le temperature calano: «Nell’ultima gara alla quale ho partecipato quest’anno, la famosa Femundløpet nella storica città mineraria di Røros, ho trovato temperature bassissime, intorno ai -30°», racconta.

Ma in ogni condizione, neve, pioggia o vento che sia, l’obiettivo è correre per centinaia e centinaia di chilometri. Sono duecento quelli che Cagnati ha percorso in Norvegia qualche settimana fa: una trentina di ore (circa sedici di gara, le restanti di obbligato riposo) e 4.000 metri di dislivello. E si è da soli, o almeno quasi: insieme al musher, così si chiama in gergo tecnico il pilota della slitta, infatti, ci sono i suoi cani, dagli otto ai dodici a seconda delle gare. Fedeli compagni che proprio lì danno sfogo al loro istinto naturale: correre.

«Si crea un rapporto basato su un obiettivo condiviso. A noi piloti piace esplorare la natura selvaggia, ai cani correre all’aperto e andare alla ricerca, essendo sostanzialmente dei cacciatori, di posti nuovi. Ce l’hanno nel Dna. Quindi c’è una convergenza di finalità tra noi e loro. La parte sportiva viene dopo: ai cani non interessa se si tratta di una gara, di un allenamento o di una gita di piacere. A loro interessa soltanto correre». Un istinto che, grazie a mesi e mesi di allenamento, si trasforma in qualcosa di più, quasi fosse una danza. «Dietro c’è un grande lavoro che dura tutto l’anno: bisogna crescere i cuccioli, farli uscire insieme ai cani più adulti così che, semplicemente emulandoli, imparino e possano entrare nel team attorno ai 7-8 mesi di età. Poi si capisce qual è la loro posizione più adatta, se sono cani leader che possono stare davanti o se hanno una predisposizione più potente e quindi è meglio che siano posizionati vicino alla slitta».

Poi c’è la fase dell’allenamento, che dura tutto l’autunno: prima su terra, dove si arriva gradualmente a percorrere una trentina di chilometri per tre o quattro volte alla settimana, utilizzando un quad o un carrello apposito. E poi, quando possibile, su neve. Una fase sempre più difficile, ovviamente, sulle nostre montagne: «È un grandissimo limite per noi, sia dal punto di vista climatico – perché nevica sempre meno e sempre più tardi – sia per la mancanza di piste, strade forestali e percorsi adatti per fare allenamenti congrui alle distanze di gara. Solo per avvicinarmi a quelle lunghezze, dovrei andare avanti e indietro ‘‘come un criceto’’ sulla piana di Falcade», scherza Cagnati.

Così, nel mese di gara è necessario trasferirsi al Nord: «Lì facciamo delle uscite giornaliere e talvolta rimaniamo fuori anche la notte per abituare i cani a bivaccare e a riposare lungo i percorsi, cosa che da noi non si può fare. Queste sessioni di allenamento occupano la maggior parte del tempo che trascorriamo lassù; le gare, invece, durano solo pochi giorni. Non sono lo scopo principale, ma solo il finale di un lungo periodo di preparazione».
Le regole delle competizioni sono ferree, soprattutto per tutelare la salute dei cani, che ricevono le stesse cure riservate agli atleti che corrono una maratona. «Sono controllati da un servizio veterinario prima, durante e alla fine della gara».

Sono previsti, poi, almeno due turni di riposo obbligatori di circa 6 ore. «Sono i cosiddetti checkpoint, dei luoghi dove è necessario fermarsi per far riposare i cani, cucinare, dar loro da mangiare e farli dormire». Riposi utili anche agli stessi piloti, che devono essere completamente autosufficienti – con cibo, fornelli, snack, utensili, ascia e pala – e solo in quel momento possono essere raggiunti da un aiutante, l’handler nel gergo tecnico, che porta tutto il necessario per il pit-stop: dalle scarpette nuove per i cani ai loro cappottini.

Di solito ad aspettare Cagnati ai checkpoint, dove pian piano si radunano centinaia e centinaia di cani, c’è solo la moglie Tulliola. Ma nell’ultima gara è andata diversamente: con loro c’era anche Samuele, un giovane studente diciasettenne che ha avuto l’occasione di svolgere un’alternanza scuola-lavoro davvero speciale. «È la prima volta che ho scelto di condividere quest’avventura con un ragazzo. È un’esperienza molto faticosa e intensa, ma si impara molto: bisogna abbandonare le proprie abitudini, saper lavorare in team ed entrare in un meccanismo al centro del quale, dalla mattina alla sera, ci sono i cani e le loro necessità. Senza di loro non si fa nulla, quindi bisogna osservarli bene, capire come stanno e creare con la squadra una grande sintonia».

Se si mettono da parte tutte queste sfaccettature, che vanno dalla salute dei cani, all’alimentazione e all’allenamento, quello che rimane è uno sport semplice: «Alla fine c’è una slitta, ci sono dei cani e un uomo che li guida attraverso montagne, foreste e laghi ghiacciati. Il segreto sta tutto qui, nell’amore per la natura più selvaggia e per quei pochissimi ambienti del pianeta ancora incontaminati dove si possono percorrere centinaia e centinaia di chilometri senza incontrare anima viva».

E se dalle foreste boreali del Nord Europa, si supera l’Oceano Atlantico e poi si attraversa il Canada, si arriva nel luogo in cui forse ogni musher sogna di correre: l’Alaska. Lì, ogni marzo, si svolge l’Iditarod Trail Sled Dog Race: oltre 1.600 chilometri da Anchorage a Nome, proprio lungo il tragitto reso celebre da Balto, con temperature che possono toccare i -50 gradi. È la gara dei sogni anche di Anselmo. Un traguardo forse irrealizzabile, almeno sul piano logistico ed economico. Eppure, anche il giorno in cui lui e sua moglie comprarono i primi due husky – diventati poi quattro, sei, otto, dodici – sembrava impossibile immaginare che, qualche anno dopo, avrebbero portato a termine le grandi gare del Nord Europa. E, invece, è successo.

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