Come faremmo, senza lo zero? Lo zero è una delle invenzioni più importanti della storia dell’uomo. Sì, lo zero, quella cosa lì, che disegniamo come un cerchio vuoto.
Ecco, ci siamo: zero, sifr in arabo, indica proprio il «vuoto», il «nulla». Ce l’hanno insegnata loro, gli arabi, quella cifra che non c’è (a proposito: anche cifra ha la stessa radice di zero: sifr), che non possiamo contare sulle dita ma è fondamentale se vogliamo far di calcolo. Un’invenzione così rivoluzionaria che quando raggiunse la nostra penisola soppiantò (ma non subito) il sistema dei numeri romani, basati sulle nostre mani, ”primitivi” anche nella grafica: I, II, III, proprio come se disegnassimo le nostre dita.
Andiamo con ordine. L’italiano «zero» è forma popolare dal latino medievale zephirum (compare nel Duecento, poi zefro), che – attenzione – c’entra zero (nulla, appunto) con il vento «zefiro», dal latino zephyrum, sul greco zéphyros.
Zephirum/cifra del latino medievale ricalca l’arabo sifr. Ma erano stati altri, in realtà, ad avere l’intuizione di rappresentare l’assenza, ciò che non c’è: dobbiamo andare più a oriente, come fecero gli arabi, appunto. Perché le nostre «cifre arabe» 0, 1, 2, 3, 4…, con il concetto geniale del valore della posizione nei calcoli, in realtà sono originarie dell’India. Gli arabi le conobbero, si resero conto della loro utilità, diedero forma allo zero e le adottarono verso il 660 dopo Cristo; noi le imparammo a nostra volta. Sifr è un calco arabo dell’antico indiano sunya, che significava «vuoto», «abbandonato».
Ne trattò Leonardo Fibonacci nel suo Liber abbaci del 1202, a Pisa, ma all’inizio la reazione dell’Occidente fu molto fredda. Tanto che alla fine del Duecento l’uso delle cifre arabe fu vietato ai banchieri fiorentini. Sappiamo inoltre che ai librai di Padova fu ordinato di indicare il prezzo dei libri «non per cifras sed per litteras claras». Epperbacco!
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Molti studi sono stati pubblicati sulle parole che vengono dall’arabo e che compaiono nell’italiano e nei nostri dialetti. Ma il riferimento più importante (sul quale si basa anche questa nostra rubrica «Ma parlo arabo?») è costituito dai due volumi «Gli arabismi nelle lingue neolatine con speciale riguardo all’Italia», opera che porta la firma del glottologo agordino Giovan Battista Pellegrini. La pubblicò nel 1972 per Paideia Editrice Brescia, con una dedica: Alla memoria di mio padre dr. Valerio Pellegrini, nato a Lozzo di Cadore nel 1879 e morto a Cencenighe Agordino nel 1958. I Pellegrini erano una famiglia di farmacisti, originaria di Rocca Pietore, che per lavoro si spostò in Cadore per poi tornare in riva al Cordevole.











