VaticanNews su corsa al riarmo, realtà dei numeri e urgenza della pace

di Andrea Tornielli - Una riflessione alla luce del Magistero Pontificio sulle spese attuali per la difesa nel contesto internazionale. (foto AFP/SIR)
17 Marzo 2026
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Ospitiamo la riflessione di Andrea Tornielli tratta da sito vaticannews.

Il 18 settembre 2025, in un’intervista al Daily Mail, l’ex vice-comandante NATO generale Sir Richard Shirreff aveva dichiarato che in 100 ore, cioè in meno di cinque giorni, il presidente russo Vladimir Putin avrebbe potuto distruggere l’Europa. Ma al di là di qualsiasi considerazione di ordine morale, è davvero possibile distruggere l’altro, il nemico, con la guerra convenzionale, senza usare le armi atomiche che comporterebbe un’apocalisse nucleare? L’affermazione di Shirreff è quantomeno discutibile e viene smentita da ciò che succede sul terreno, in questa guerra e in tutte le altre, dove appare chiaro che la realtà è molto più complessa.

Le notizie sui droni

Nelle stesse settimane in cui da ambienti militari NATO si lanciavano allarmi sul potere bellico russo, venivano divulgate notizie circa il sorvolo di droni sui cieli europei: il 9 settembre in Polonia erano decollati i caccia militari e diversi aeroporti erano stati chiusi; il 22 settembre era toccato a Copenaghen e ad Oslo, ai primi di ottobre era stato bloccato il traffico aereo a Monaco di Baviera; a fine ottobre e inizio novembre era toccato agli aeroporti di Berlino e Brema, il 7 novembre in Belgio e infine il 4 dicembre alla base sottomarina nucleare vicino a Brest, in Francia. In tutti i casi citati non sono state poi comunicate all’opinione pubblica conferme né sulla reale provenienza dei droni (le notizie iniziali paventavano la possibilità che provenissero dalla Russia) né sulla loro eventuale effettiva pericolosità. A titolo di esempio basti ricordare che nel corso del 2025, soltanto in Germania, si sono verificate ben 225 interruzioni dei voli causate da droni, secondo quanto segnalato dall’Agenzia per il controllo del traffico aereo tedesco (DFS) in un report del gennaio scorso. È lecito dunque chiedersi se quegli allarmi non siano stati sovrastimati.

Le leggi degli Stati per il riarmo

In quelle stesse settimane venivano approvate le leggi finanziarie dei Paesi UE, chiamati a pronunciarsi sull’aumento sensibile delle spese militari: gli Stati dell’area euro entro il 15 ottobre devono infatti inviare alla Commissione Europea e all’Eurogruppo il Documento Programmatico di Bilancio (DPB) che viene discusso, emendato e approvato entro fine anno dai Parlamenti nazionali. La spesa militare globale, com’è noto, è costantemente salita negli ultimi anni (+9,4% solo nel 2024 come emerge dal Sipri Year Book: Armaments, Disarmament and International Security 2025), e la NATO, con l’accordo preso al vertice dell’Aia dello scorso giugno, si propone di raggiungere l’obiettivo di arrivare a spendere il 5% del PIL in armamenti entro il 2035 (3,5% Armi e 1,5% in sicurezza allargata). La scelta strategica del riarmo purtroppo imporrà inevitabilmente una diversa allocazione di risorse, sottraendole alle politiche sociali, sanitarie, educative, occupazionali e di salvaguardia ambientale. “La politica della Santa Sede fin dalla Prima Guerra mondiale” è stata quella di “insistere a livello internazionale perché ci sia un disarmo generale e controllato, quindi non si può essere contenti di questa direzione in cui si sta andando” aveva commentato nel marzo 2025 il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato. Situazioni di forte pericolo percepito possono rendere le opinioni pubbliche più favorevoli a giustificare la corsa al riarmo e l’enfasi sul rischio imminente di un’invasione russa in Europa, oltre l’invasione dell’Ucraina già in corso, rientra in questa tipologia, restringendo di fatto lo spazio per un confronto critico proprio nel momento dell’approvazione dei bilanci degli Stati.

La corsa agli armamenti nella storia

La storia recente mostra come la spesa militare sia ciclicamente percepita come una necessità inevitabile. Nel secondo dopoguerra, dopo la devastazione del conflitto mondiale costato la vita a sessanta milioni di persone, e con il successivo avvio della Guerra fredda, il riarmo appariva come una condizione essenziale di sopravvivenza. L’obbiettivo della deterrenza nucleare, l’equilibrio tra blocchi e la minaccia concreta di uno scontro globale, rendevano l’aumento delle spese militari un passaggio quasi obbligato. Con la fine della Guerra fredda e il crollo dell’Unione Sovietica lo scenario è cambiato: in molte aree del mondo la spesa militare è diminuita o si è stabilizzata, mentre le forze armate hanno ampliato i loro compiti in missioni di pace, interventi umanitari e gestione delle crisi regionali. La difesa si è così trasformata in una dimensione più cooperativa, incentrata sulla stabilità e sul diritto internazionale. Come ben sappiamo, negli ultimi anni, la guerra è tornata nel vocabolario quotidiano. Conflitti ad alta intensità, tensioni geopolitiche e competizione tra grandi potenze, insieme al declino dell’attenzione al diritto internazionale, hanno riportato la spesa militare al centro dell’agenda politica. Si è arrivati a non sottoscrivere nuovamente importanti trattati contro la proliferazione delle armi: l’ultimo esempio è il “New Start”, trattato scaduto il 5 febbraio 2026, che aveva l’obiettivo di ridurre e limitare il dispiegamento delle armi nucleari e strategiche di Stati Uniti e Russia. Gli Stati Uniti hanno sostenuto la necessità di un nuovo trattato che coinvolga la Cina.  È lecito chiedersi, a posteriori, quanto certe decisioni sul riarmo siano state veramente prese sulla base di un’analisi strutturale delle minacce.

La comparazione dei dati

Un elemento utile al riguardo è la comparazione dei dati del PIL e della spesa militare dei Paesi NATO, della Russia e della Cina. Le stime 2025* mostrano il quadro seguente. Gli Stati Uniti l’anno scorso hanno avuto un PIL di 30.620 miliardi di dollari, e una spesa militare di 921 miliardi (3,01% del PIL), mentre gli altri Paesi NATO, con un PIL complessivo di 26.380 miliardi, hanno speso in armi e sicurezza 574 miliardi (2,18% del PIL). Sommando le cifre si ottiene il totale dei Paesi NATO, vale a dire 57.000 miliardi di PIL e una spesa militare di 1.495 miliardi pari al 2,62% del PIL. Per quanto riguarda Russia e Cina, sulla base delle stime contenute nel rapporto SIPRI 2025**, si registra che la Russia con un PIL di 2.540 miliardi ha speso 187 miliardi in armi (7,4%), mentre la Cina con un PIL di 19.398 miliardi ne ha spesi in armamenti 314 (1,62%).
Da questi dati emerge un’assimetria di importi assoluti tra le risorse della NATO e quelle della Russia. Le cifre imponenti destinate agli armamenti sollevano un interrogativo: il modo in cui oggi si tenta di rispondere alle minacce in atto contribuisce davvero a ridurle, oppure rischia di alimentarle ulteriormente? L’aumento continuo delle spese militari può dare l’impressione di rafforzare la sicurezza, ma difficilmente affronta le cause profonde delle tenzioni che stanno all’origine dei conflitti.

L’industria delle armi

Ogni aumento di spesa pari ad 1% di PIL vale circa 600 miliardi di spesa aggiuntiva per anno. Va però sottolineato che si tratta di dati generali, i quali non tengono conto della reale distribuzione della spesa, in particolare tra armamenti veri e propri e cybersecurity. Un altro punto critico riguarda la mancanza di un approccio europeo realmente coordinato su questi temi: governi con orientamenti politici divergenti adottano strategie nazionali non armonizzate, aumentando i costi e riducendo l’efficacia complessiva della sicurezza collettiva, con il rischio di aumentare ancor di più la dipendenza strategica da singoli attori. La spesa militare resta una componente fondamentale della sicurezza e un volano per i settori tecnologici ad alta specializzazione. Nelle ultime 52 settimane (la fonte è Bloomberg) la performance degli indici settoriali relativa ai titoli legati alla produzione di armi hanno portato a un +28,97% per Europe Stoxx Total Market Aerospace & Defence, e negli USA a un + 73,45% per S&P Aerospace and Defense select Industry. Tuttavia questa corsa al riarmo presenta costi politici, economici e sociali: implica rinunce, crea debito e condiziona l’autonomia decisionale degli Stati. In Europa, la pressione statunitense — pur all’interno di un’alleanza — orienta standard, priorità e obiettivi di spesa. Il famoso 2% del PIL è ormai non solo un parametro tecnico, ma una misura di affidabilità internazionale. Questa asimmetria accentua la dipendenza tecnologica e industriale del Vecchio Continente in un tempo in cui le guerre contemporanee sono sempre più definite da infrastrutture digitali e capacità cyber. I civili, purtroppo, non sono più spettatori, ma parte vulnerabile e decisiva dello scontro. Per questo, investire nella sola difesa militare rischia di essere insufficiente: la vera prevenzione passa dalla diplomazia, soprattutto economica, e da un uso più consapevole della tecnologia. La costante delegittimazione degli organi e del diritto internazionale unita alla costante sensazione di pericolo imminente, che come abbiamo visto non appare così reale dai numeri, porta anche le giovani generazioni a giustificare e desiderare che i propri governi si impegnino in politiche di riarmo.

Le parole del Papa sul disarmo

Nel recente Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2026 Papa Leone XIV ha scritto: «I ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza». Dopo aver ricordato l’aumento del 9,4% rispetto all’anno precedente delle spese militari a livello mondiale, che ha raggiunto la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale, il Papa ha aggiunto: «Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza».

Di fronte agli scenari di guerra sempre più preoccupanti e al rischio di una disinformazione strisciante legata ai grandi interessi economici in gioco, emerge sempre più chiaramente che la sicurezza oggi non può essere pensata solo attraverso la lente della forza. Il disarmo — culturale, politico, spirituale — diventa un’alternativa da prendere in considerazione con serietà, perché apre una prospettiva diversa: quella di un equilibrio basato sulla fiducia, sulla cooperazione e sulla prevenzione. Rafforzare gli organismi sovranazionali, rafforzare i presidi democratici di controllo all’interno dei singoli paesi, restituire spazio al confronto critico e uscire dalla logica dell’emergenza: sarebbero i primi passi da fare per costruire un futuro più stabile, in cui la difesa non escluda il disarmo, ma lo consideri come parte integrante di una strategia più ampia e lungimirante.

Il disarmo, inteso non soltanto come riduzione delle armi ma come scelta culturale, diplomatica e istituzionale, rappresenta la vera alternativa strategica. Non un’utopia, ma una via che si basa su un sano realismo. Quel realismo che ha fatto levare più volte la voce dei Pontefici per scongiurare avventure belliche dimostratesi disastrose. Il disarmo riduce i rischi, favorisce la cooperazione, rafforza la stabilità internazionale e restituisce centralità alla dignità umana.

In un mondo in cui le guerre cambiano forma e le tecnologie accelerano le vulnerabilità; in un mondo in cui le cosiddette “bombe intelligenti” continuano a massacrare i civili innocenti, scegliere il disarmo significa scegliere un modello di futuro diverso: più inclusivo, più consapevole e più orientato a prevenire i conflitti piuttosto che a gestirli.

Il rischio dell’apocalisse nucleare

Uno sguardo realista non dovrebbe infine mai dimenticare che il rischio di una apocalisse nucleare appare sempre più vicino e quando si comincia a pensare possibile – sia pure ipoteticamente – la totale distruzione dell’altro non si tiene conto dei dati di fatto sui quali concordano tutti gli analisti: la dottrina della distruzione mutua, assicurata dall’uso su larga scala delle armi atomiche da parte di un Paese attaccante contro un Paese difensore dotato di capacità di un secondo colpo (second strike), comporterebbe infatti l’annientamento di entrambi. Nessuna delle due parti può “vincere” perché chi colpisce per primo viene distrutto dalla ritorsione. Nel mondo oggi già esistono circa 12.000 testate nucleari, il 90% delle quali è posseduto da Russia (5.459, 1.718 delle quali schierate) e Stati Uniti (5.177, delle quali circa 1.700 schierate). Le armi nucleari già esistenti possiedono una potenza tale da poter annientare la nostra civiltà centinaia di volte, mentre ne basterebbero una cinquantina per causare danni catastrofici globali.

Per quanto riguarda invece la guerra convenzionale, bisogna riconoscere che specialmente oggi la tecnologia disponibile porta a guerre con un potenziale distruttivo enorme, che perdurano a lungo, con il rischio di non finire mai o di favorire l’espandersi del terrorismo e dell’instabilità.  Ecco perché l’unica vera soluzione, che ritroviamo nel Magistero dei Pontefici, è quella di abbandonare la disumanità dei conflitti che registrano un crescente potere di morte affidato all’intelligenza artificiale, per tornare all’umanità della diplomazia, del dialogo, del negoziato. E del disarmo, che per i cristiani trova fondamento nelle parole di Gesù a Pietro nel Getsemani: “Metti via la spada”, ha detto Leone XIV lo scorso 11 ottobre, “è parola rivolta ai potenti del mondo, a coloro che guidano le sorti dei popoli: abbiate l’audacia del disarmo! Ed è rivolta al tempo stesso a ciascuno di noi, per farci sempre più consapevoli che per nessuna idea, o fede, o politica noi possiamo uccidere. Da disarmare prima di tutto è il cuore, perché se non c’è pace in noi, non daremo pace”. È l’invito “ad acquisire un punto di vista diverso per guardare il mondo dal basso, con gli occhi di chi soffre, non con l’ottica dei grandi”.

* Fonti Sintesi NATO: PIL 2025 – Fondo Monetario Internazionale (IMF), World Economic Outlook 2025. Spesa militare 2025 – International Institute for Strategic Studies (IISS), The Military Balance 2026; Military Balance+ 2026.

** Fonti Russia e Cina: PIL 2025 – Fondo Monetario Internazionale (IMF), World Economic Outlook 2025. Spesa militare 2025 – SIPRI Military Expenditure Database.

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