«Nell’aspra zona di Cristallo (Alta Rienz) nella notte sul 1° aprile 1916 un nostro riparto con ardito movimento aggirante per alpestri sentieri riusciva a tergo delle posizioni nemiche su Rauchkofl e con brillante attacco conquistava tre “blockhaus» nemici prendendo 31 prigionieri, tra cui un ufficiale e materiali da guerra». Così recitava il nostro bollettino di guerra del 2 aprile 1916 vantando una conquista molto importante, in grado di favorire non poco l’avanzata della nostra IV Armata verso la Val Pusteria. Un evento quindi di portata morale e strategica addirittura superiore a quello di solo 16 giorni dopo con la conquista italiana del Passo della Sentinella, tra la Cima Undici e la Croda Rossa. Eppure il Rauchkofl (o Rauhkofel), ovvero per noi Monte Fumo, non è entrato nella grande storia e nessuno oggi ricorda i nomi dei protagonisti dell’azione. Come mai? La ragion di guerra, che è poi sempre e comunque ragion di stato, ha imposto, come sempre avviene, il silenzio, poiché quella vittoria si trasformò ben presto in un grave insuccesso.
Così il giorno 8 aprile un altro nostro bollettino doveva ammettere la malaparata cercando di minimizzarla: «Nella zona del Cristallo il nemico concentrò fuochi di numerose batterie di ogni calibro contro le posizioni da noi recentemente occupate del Rauchkofl. Per non esporre le nostre truppe a perdite inutili, la linea più avanzata venne ordinatamente sgombrata».
Quanto avvenuto fu dunque presto messo da parte, ma, dopo più di un secolo, Giovanni Paoletti, alpino auronzano e grande appassionato di storia, ha voluto capire meglio quanto successo sul Rauchkofl e per mesi ha perlustrato la zona dei combattimenti, oggi invero assai trascurata dal turismo di massa, per riconoscere sul terreno, davvero impervio, lo svolgersi delle operazioni. E non solo: egli ha voluto anche illuminare le figure di tanti eroici combattenti finiti nel dimenticatoio proprio perché non baciati dalla vittoria e dalla relativa gloria.
Quanto acquisito è stato dettagliatamente da lui descritto su Le Alpi Venete (n.1/2025), ma merita qui farne almeno una succinta sintesi, atta magari a instillare in tanti frequentatori delle nostre Dolomiti il desiderio di conoscere questo comprensorio, sia per la sua storia, sia per le sue bellezze paesaggistiche.
Il comandante del 23° reggimento della Brigata Como, tenente colonnello Ottavio Zoppi, già nel febbraio 1916 studiò un piano d’attacco previa occupazione della cosiddetta Colletta A di quota 1890 tramite salita per un impervio canalone del versante Val Fonda. La notte sul 31 marzo i fanti della 17a compagnia (V battaglione) al comando del capitano Aldo Bosio e del sottotenente Filiberto Toselli raggiunsero la base del canalone coperto di neve e si portarono a pochi metri dalla sommità. La notte sul 1° aprile, sfruttando scale di corda installate in precedenza, occuparono le quote 1890 e 1979, scontrandosi con il 36° reggimento Kolomea, ma, rimasti in 25, capirono che sotto il tiro delle artiglierie austriache la posizione era indifendibile. Il 2 aprile salirono a dare man forte altri fanti del 23° e un plotone del genio, cercando di allestire trincee sotto il fitto bombardamento proveniente dalla linea Alpe Specie-Monte Rudo. Salirono poi anche gli alpini del battaglione Val Piave e con loro don Pietro Zangrando. La resistenza durò ancora il 3 e 4 aprile, con l’arrivo di 200 uomini del 54° reggimento, ma il 5 e 6 aprile gli Standschutzen prepararono l’assalto finale, contando anche sugli obici di Landro e sul mortaio da 305 di Nasswand, cosicché il 7 aprile i nostri furono rigettati nel canalone con forti perdite. Da ultimo si contarono 164 morti e dispersi, 151 feriti, 122 prigionieri, a fronte di 57 morti austriaci. Gli italiani ebbero 11 medaglie d’argento e 11 di bronzo, ma tre nostri ufficiali fatti prigionieri al ritorno in patria dovettero redigere un memoriale per giustificarsi.
Paoletti ha ripercorso più volte l’ostica salita assieme a Piero De Filippo Roia e Danilo De Martin, effettuando poi lunghe ricerche per risalire agli eredi di alcuni ufficiali. La sua relazione dimostra che si trattò di un attacco nato male, in quanto il mese di aprile, con la neve abbondante e le valanghe frequenti, era già una scelta sbagliata, poi mancavano mitragliatrici, ricoveri e copertura da parte dell’artiglieria.
La parete che i nostri dovettero affrontare è, oggi come ieri, dirupata e baranciosa e si dovette allora servirsi di corde e scale. Qui non venne mai fatta alcuna cerimonia per rendere onore ai Caduti, molti dei quali finirono sepolti al cimitero di Nasswand, e nessuno si interessò a far riemergere dall’oblio la via di salita e le peripezie di tanti fanti e alpini. A celebrarli fu invece un tedesco, Georg von Ompteda, che li definì figli dei monti, difesisi “come tori infuriati”.
Paoletti ha recuperato molti documenti su Aldo Bosio, sul padre Zosimo e sulla madre carnica Lucia Di Gleria, sulla sua carriera, che lo vide impegnato pure sul monte S. Marco a est di Gorizia nel maggio 1917, e sulle sue tre medaglie al valore. Dopo Caporetto partecipò alla ritirata come addetto allo Stato Maggiore della 48a divisione e fu colpito a morte a Sclaunicco (Udine) il 30 ottobre. Nel cimitero di Tolmezzo una bella lapide lo ricorda nella cappella della famiglia Di Gleria. Analoga ricerca è stata fatta per il sottotenente Filiberto Toselli, che nel dopoguerra abitò a Trieste prima di imbarcarsi nel 1927 a Napoli su una nave diretta a New York. Da qui nel 1941 si trasferì in California, dove morì nel 1964.
Per chi volesse saperne di più consiglio un bel video di Danilo De Martin e una rassegna dei caduti.
Walter Musizza











