C’è un nuovo Amico. Sul numero 16 dell’Amico del Popolo di carta del 16 aprile 2026, distribuito questa settimana (in abbonamento tradizionale, in edizione digitale e in edicola), puoi leggere per intero l’intervista al Vescovo di Belluno-Feltre monsignor Renato Marangoni. Acquista e sfoglia L’Amico del Popolo classico, non perderti il piacere delle notizie impaginate, della grafica, delle evidenze. Chiedi info a segreteria@amicodelpopolo.it

Era dieci anni fa. Il 10 febbraio 2016 veniva annunciato che papa Francesco nominava monsignor Renato Marangoni come nuovo Vescovo di Belluno-Feltre; il successivo 10 aprile nella cattedrale di Padova si teneva la solenne cerimonia dell’ordinazione episcopale; il 24 aprile il nuovo Vescovo si insediava nella sua Cattedrale e si presentava a noi bellunesi chiedendoci di chiamarlo «don Renato».
Mentre si prepara la celebrazione di martedì 14 aprile, anniversario della dedicazione della Cattedrale, incontriamo il Vescovo in redazione. Don Renato ha risposto alle domande dei giornalisti dell’Amico del Popolo.
Monsignor Marangoni, dieci anni sono un periodo significativo per un pastore. Se guarda indietro, che cosa vede?
«Dieci anni sono un tempo lungo, soprattutto per chi è chiamato a guidare una comunità come quella di Belluno-Feltre. Se guardo indietro, mi rendo conto che il cambiamento più profondo non riguarda solo la diocesi, ma anche me stesso. È cambiata la mia percezione di ciò che è possibile immaginare, pensare e realizzare. Ho imparato che ogni azione, ogni progetto, ogni idea ha bisogno di un tempo di gestazione. Non si tratta solo di pianificare, ma di lasciare che le cose maturino, che il pensiero e la pratica si incontrino e si nutrano a vicenda.
«In questi anni, ho visto che la Chiesa non è un’entità statica, ma un organismo vivo che si trasforma attraverso le relazioni, le persone che si incontrano, le situazioni che si vivono. Anche io porto con me questo percorso, questo bagaglio di esperienze, di incontri, di fatiche e di speranze. C’è un filo rosso che lega tutto: la ricerca di un senso, di una direzione, di una coerenza tra ciò che si crede e ciò che si vive».
Quali sono i mutamenti principali che ha notato, all’interno e all’esterno della Chiesa?
«All’interno della Chiesa, il cambiamento più significativo è stato l’impatto di Papa Francesco. Non dico che abbia portato un’assoluta novità, ma ha permesso che molte cose già presenti, quasi germinali, potessero emergere. Il suo stile, la sua umanità, la sua capacità di provocare e di suscitare domande hanno dato voce a un modo nuovo di vivere la fede. Io lo chiamo ‘‘l’effetto Francesco’’: un modo di essere Chiesa che non si chiude in se stessa, ma si apre al mondo, alle periferie, alle domande più profonde dell’uomo.
«In diocesi, ho trovato una Chiesa che stava già riflettendo su come ripensare la propria missione dopo il Giubileo del 2000. Il Sinodo diocesano, ad esempio, rappresentava una stagione di ripensamento globale, un tentativo di rispondere alle sfide del terzo millennio. Era un tentativo di guardare avanti, di non fermarsi alle sicurezze del passato, ma di osare, di sperimentare, di cercare nuove strade.
«All’esterno, invece, ho notato una società sempre più frammentata, con meno punti di riferimento, ma anche con una ricerca di senso che non si spegne. Le persone, soprattutto i giovani, sono alla ricerca di qualcosa che dia significato alla loro vita. La Chiesa, in questo contesto, è chiamata a essere un luogo di ascolto, di accoglienza, di accompagnamento».
Qual è stata la difficoltà maggiore in questi anni?
«La difficoltà più grande è stata la percezione di essere in montagna, ma un po’ da parte. Una sensazione di (…)
Il Covid ha lasciato una ferita profonda. Qual è stata la lezione più importante?
«Il Covid ha fatto emergere fragilità pastorali già presenti. Ha mostrato che la partecipazione alla vita ecclesiale non può essere data per scontata: chi è tornato dopo la pandemia lo ha fatto per una scelta personale, non per abitudine. È stata un’accelerazione di processi già in atto, ma ha anche rivelato una ricerca di spiritualità più autentica, meno soffocata dalle forme esteriori.
«Ho visto che le comunità hanno sofferto, ma ho anche visto che questa sofferenza ha fatto emergere una verità: la fede non può essere ridotta a un’abitudine, a un precetto da osservare. Deve essere una scelta libera, consapevole, che nasce dal cuore. Il Vangelo, inteso come stile di vita e di rapporti, è emerso come un punto di riferimento più limpido, più essenziale».
Le Olimpiadi: occasione persa o sfruttata al meglio?
«Le Olimpiadi avrebbero potuto essere un’occasione per coinvolgere la comunità locale in modo più profondo. La comunicazione è stata il punto debole: è mancato un dialogo autentico con il territorio. Gli eventi di questa portata richiedono (…)
Come valuta il recente attacco del presidente degli Stati Uniti Donald Trump al Papa?
«L’attacco di Trump al Papa è un fatto grave, senza precedenti. Mi sconcerta che un capo di Stato di un Paese come gli Stati Uniti possa permettersi un linguaggio così aggressivo. È ben vero che da come si è mosso finora puoi aspettarti di tutto. Se penso che è diventato presidente uno che in qualche modo ha sostenuto e incoraggiato la presa del Campidoglio, quella volta… come si può fare presidente uno così? Poi, io faccio fatica a capire Trump, a come dà corpo alla sua forma di religiosità: è un po’ un carismatico, ma perché fa comodo, a se stesso e ai suoi intenti che non sono religiosi. E neanche etici.
«Tuttavia, il Papa ha risposto con uno stile che va oltre la diplomazia: ha invitato alla preghiera, ma anche a una riflessione profonda sui rapporti umani e sulla responsabilità di chi ha potere.
«La sua non è una posizione irenista, ma una chiamata a costruire il bene comune. Il Papa non si limita a dire ‘preghiamo’, ma chiede a ciascuno di assumersi le proprie responsabilità, di guardare oltre gli interessi personali, di costruire ponti invece di muri. In un mondo sempre più polarizzato, il suo messaggio è una boccata d’ossigeno.
«Del resto, qualcuno coglie nel Vangelo un’idealità, un’utopia, forse anche un orizzonte; qualcuno coglie uno stile, molto legato all’esistenziale; qualche altro (…)
La Laudato si’ e l’attenzione per il creato sembrano essere passate in secondo piano. Come valuta questa situazione?
«La Laudato si’ è un documento profetico, che ha saputo intercettare una sensibilità diffusa, soprattutto tra i giovani, verso la cura del creato e la giustizia sociale. Purtroppo, oggi sembra che l’attenzione per questi temi sia diminuita, soppiantata da altre urgenze, come le guerre o le crisi economiche. Ma questo non significa che la questione ecologica sia meno importante. Anzi, è più urgente che mai.
Ho visto che, quando si parla di (…)
Quali sono le prospettive guardando avanti, ai prossimi dieci anni?
«Il proposito è aiutare le comunità a uscire da una logica di identificazione con tradizioni statiche e a riscoprire la vitalità del Vangelo. Dobbiamo alleggerire (…)
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