San Martin secondo Claudio (1976)
Nei primi mesi dell’anno esce una cartella di 4 acqueforti incise da Claudio Nevyjel che illustrano altrettante leggende popolari su San Martino, da me messe in prosa.




Toleto poeta pasquale
Toleto, di tanto in tanto, specialmente nel periodo pasquale mi manda suoi versi in dialetto ispirati alla poesia del Cavassico; quest’anno più del solito dato che alla fine di febbraio, da Lido di Camaiore, mi ritorna un parere sul testo di ‘Belun no so’.
Giani, ò pena ledést la to canzón:
la me à piaʃést, la me à parest tant bela;
ma se t ól inpienìrghe la scudèla
ai belumat, rebàlta la questión,
No g ól Santi o Madòne, sacranón!
A i siorat de l governo na cordèla
g ó l pasarghe – la storia è sempre quela –
intorno a i braz, po méterli in preʃón
e lasarli star la par qualche anét
che i patìse anca lori an cin de mal
che i proése che ól dir al calt e l frét.
Giani, scólta, catón la dreta cal:
ne cógne, de qua ignant, far tut an drét
e votar par la Destra Nazional!
27 febbraio 1976
Le pite pónde ancora, sacadèi
anca se le stajón le va revèrse
anca se par al pì le biave é perse:
ma i ovi de la Pasqua è sempre quei.
Oréitu che mo pì, ti Giani Séc
se anca st an i ovi i è seguri
coloradi pulito, freschi e duri
che l Antonieta la se lèca l bèc?
Coràio, alégri, ànemo, fon festa;
ancói magnón polenta co l caorét
e po doman ʃbaserón dó la cresta.
E cusìta andón via pianin pianét
magnadi i ovi e zà fruà l impresta
fin che ne cognerà trar i scarpét.
Pasqua 1976
Taremot (6 maggio 1976)
Assolutamente non mi sono impensierito quando, all’incrocio di Baldenich, le luci del semaforo e quelle dei lampioni cittadini si sono per un attimo spente. Un corto alla linea – ho pensato – difatti è comparso il rosso ed ho dovuto inchiodare l’auto per non tamponare il mezzo precedente. «Ma sacra….». Intanto il blu delle lampade al mercurio era tornato a tremolare in cima ai pali dell’illuminazione e al leggero ondeggiare della vettura non ho badato e ho premuto naturalmente sul freno. D’istinto ho tirato giù il finestrino e ho pensato che era caldo per essere ai primi di maggio e anche ventoso.
Il fruscio delle fronde dei meli cotogni appena prima della curva si percepiva in modo evidente e ne sono certo per il fatto di saperne la perfetta dislocazione dato che per anni mi hanno fornito frutti profumatissimi per cotognate perfette grazie alla bontà di Longo. Notai che alcune persone si erano affacciate alle balconate aprendo le finestre e che parlavano tra di loro. Nel frattempo il semaforo rimaneva incantato sul rosso. Dopo un paio di minuti il primo della colonna, ritenendo trattarsi di un guasto verificato, riprese a viaggiare transitando lentamente sull’incrocio, con tutti dietro. All’altezza dell’Hotel Europa c’era un crocchio di persone sotto un albero, alcuni in pigiama. Subito dopo ero da Giorgio che mi aspettava in strada[1]: «Atu sentì l teremòt?» – «No» risposi – ma rilessi in modo completamente diverso quanto appena passato.
Eh già, ‘tera ʃgorlóna’, lo sapevo bene e qualche scossa l’avevo provata anch’io negli anni precedenti, ma nulla di grosso, cosine da mal di mare passeggero, quasi da non trovare il tempo di mettersi sotto qualche stipite o da rimanere sveglio o di aver poi paura di tornare sul letto a dormire[2].
Sapevo di abitare in una provincia ‘ballerina’ perché mia nonna mi raccontava dell’evento del ’36 e di tutta la famiglia che aveva trovato conforto notturno per alcuni giorni nelle carrozze ferroviarie della stazione di Belluno. Quando poi ho visto le foto del 1887, solo allora mi è venuta la paura che un possibile nuovo evento del genere mi potesse capitare[3]. Mi consola il fatto che le strutture nuove, dicono, sono adeguate … speriamo bene, dato che via Garibaldi, dove abito io, stava quasi in rovina, a guardare le foto e tutta la città era malridotta: il Duomo crollato, il palazzo Vescovile … un vero disastro insomma.










La SIAE
Ieri siamo andati a Venezia a fare gli esami per la SIAE, la Società Italiana degli Autori ed Editori. Ivano infatti ci ha spiegato che non è possibile a lui produrre il nostro disco se le canzoni non risultano tra quelle tutelate da questa consorteria. È come se ogni canzone avesse bisogno di un brevetto d’Autore e che per farla sia obbligatoria una patente sia per il musicista che per il paroliere i quali poi si trovano i ‘diritti’ ripartiti secondo l’apporto dato (lo sapevo che era una question de schei ma siccome né io né Giorgio ne chiediamo ci deve essere in mezzo un gran trucco: infatti con la scusa di tutelarti, in buona parte i soldi se li tengono loro): «È giocoforza farla, e poi vedrai che benefici!» Così facciamo il nostro compitino che consiste, per me, nell’inventare un paio di testi, uno su tema libero e uno su suggerimento e, per Giorgio, di buttare giù e trascrivere le note di una melodia con ritornello. Tutto bene e in poco tempo; così si torna presto a casa: tutto sommato, na monada[4].
Il problema vero è che le canzoni ‘nostre’ non nascono secondo i criteri SIAE: in parte sono del tutto mie (intendo parole e musica) o del tutto sue, oppure contano sull’apporto di entrambi o, raramente, di terzi. In tutti i casi, io rifinisco i testi di Giorgio e Giorgio trascrive su spartito pure le mie melodie. Così diventiamo congrui per la SIAE e diciamo, per convenzione, che io curo i testi e Giorgio la musica, anche se ognuno di noi tiene molto alle proprie creature ma tanto fa, siamo una coppia e ‘ufficialmente’ si fa a metà. A onor del vero, in queste memorie, cercherò di dare ‘a Cesare quel che è di Cesare’ anche perché gli spunti sono stati vari e spesso curiosi. Credo, fra l’altro, che se mai qualcuno studierà il nostro ‘repertorio di coppia’ – avendo una buona sensibilità – riuscirà a individuare con buona probabilità i diversi apporti, almeno nella parte musicale, dato che ognuno ha i suoi vezzi e i suoi giri di accordi preferiti e ricorrenti (stile).
Come nasce una canzone (delle mie)
Penso che da giovani tutti abbiamo scritto qualche ‘poesia’, spinti da dentro a scoprire prima di tutto a noi stessi qualche sboccio del cuore; così pure tutti quelli che hanno imparato a strimpellare uno strumento, senz’altro hanno provato a ‘scrivere’ canzoni. Si comincia a cantare quelle d’altri, poi a cambiare le parole tentando qualche parodia o personalizzazione, e poi si parte liberi con le proprie fantasie, avendone, quasi tutte finalizzate a gentile omaggio per cantare l’amore, la libertà o la rabbia di chi sente il mondo già stretto. Da foresti ho preso assai poche parole, salvo che dal mondo del canto popolare dal quale ho tratto frasi (specie dal repertorio di religiosità popolare) che ho fatte mie riconoscendo in esse un contenuto poetico che sarebbe stato un peccato lasciar là. Per il resto mi son bastati i miei versi. Quanto alle linee melodiche, le immagino di solito semplici e lineari, in base ai pochi accordi che ho imparato a ricavare dalla chitarra, padroneggiata male per indomita pigrizia all’esercizio, ma soprattutto per mancanza di motivazione. Ho sempre creduto più al testo che alla musica e al fatto che la melodia debba servire a far arrivare più efficacemente il messaggio, a creare l’ambiente adatto; il che vuol dire che deve essere massimamente ‘bella’ ma non tanto da rubare energia alla parola ossia deve riuscire a spingere dalla stessa parte per far più breccia nel cuore e nella mente di chi ascolta; insomma, vorrebbe essere immediata e serve per comunicare e condividere. La mia ‘specialità’, in questo senso, sono i ritornelli, anche se non disdegno le strofe. D’altronde il testo possiede già una parte fondamentale della melodia che è il ritmo, basato sulla sillabazione e può contare anche sulla rima e sulle accentature. Siccome le mie canzoni partono dal testo, è già implicita una linea musicale. Fortunatamente ho parecchi amici musicisti di capacità sfrenata e, quando mi voglio sfogare, scelta una tonalità, mi faccio fare da loro accordi a iosa ad essa compatibili e li prego di fermarsi su quelli che ‘sento’ più adatti a rappresentare il motivo conduttore che ho già in testa: così appuntiamo le scelte e alla fine registriamo il tutto: e la canzone è più che abbozzata: pronta anche per la trascrizione SIAE[5].
Aria de Belun (aprile 1976)

Nel ‘76, visto il successo delle rubriche radiofoniche dei singoli, emesse dalla nuova sede di Radioteledolomiti, dal prestigioso Palazzo Minerva di via Mezzaterra[6], decidemmo di farne una in coppia chiamandola ‘Aria de Belun’, improntata alla storia del territorio e ai suoi personaggi.
Se ne trasmisero, con ottimo esito, 14 puntate[7], che erano condite anche con le nostre canzoni. Visto l’esito e la sempre maggior richiesta di serate culturali da fare in teatro[8], ci sembrò opportuno fare un nuovo passo: realizzare il primo long playing dei Belumat, cui demmo il nome della fortunata radiorubrica Aria de Belun[9], e che riuniva in parte le canzoni di A pas da zìnghen e altre nuove nate nel frattempo.
Ivano ci propose di registrare i pezzi all’Antoniano di Bologna, dove esisteva una qualificata sala d’incisione, nata per produrre i materiali dello Zecchino d’oro.

Fu così che conoscemmo lo’ staff’ del maestro Bussoli che ci seguì con interesse e competenza. Conoscemmo pure i frati dell’Antoniano e la loro cucina ricca di ossibuchi di tacchino che ci stancarono presto. Così, visto che era tempo di vacanze, l’occasione ci sembrò propizia per fare un salto a Monghidoro a trovare gli amici e a farci una mangiata ‘seria’ al Ramazzotto, dai Sazzini.
Chiesi poi a Franco Fiabane di realizzare una copertina che rispettasse l’idea del titolo ed egli inserì alcuni disegni in sanguigna con particolari di Belluno e Feltre di ottimo impatto.
La presentazione dell’opera (edita anche in musicassetta) fu fatta durante un concerto a scopo benefico tenuto presso il teatro Comunale venerdì 3 dicembre 1976.





Nel corso dell’anno, intanto, su invito di Ugo Fasolo, avevo aderito all’Associazione degli scrittori Veneti[10]

Note
- ↩︎ Stavamo per andare a prove, a Ponte o a Vittorio Veneto, quello non lo ricordo. Era il 7 maggio del 1976.
- ↩︎ Le ultime scossettine, in ordine di tempo sono del 15 aprile 2005 (2.2 Richter); del 28 dicembre 2006 (3,6 R); del 15 aprile 2010, a Puos d’Alpago ( 3.3).
- ↩︎ La regione delle Alpi orientali è una delle zone italiane a sismicità più elevata. Cinque terremoti di magnitudo MS superiore a 6 sono, infatti, avvenuti nell’ultimo millennio: nel 1348 a Villaco con MS 6, nel 1511 nella zona tra Gemona e Idria con MS 6,2, nel 1695 ad Asolo con MS 6,4, nel 1873 nell’Alpago con MS 6,4 e nel 1976 a Gemona con MS 6,5. Oltre a questi, nel 1936 un terremoto di magnitudo 5,5 ha provocato distruzioni nei paesi del Cansiglio. Vedi in internet al sito www.ingegneriasismica.net Tematiche/1RS/1RSrischioC/
- ↩︎ Siamo ‘promossi’ e iscritti dal 1977 ; io sono il socio autore 41130 e Giorgio il socio compositore 41126.
- ↩︎ Fino a che farò il Belumat con Giorgio, trascriverà lui le tracce musicali di entrambi; dal 2007, come nel caso delle canzoni del CD ‘Prove di pazzia senile’, mie per testo e musica, sarà un’altra persona avendo io acquisito, dal 2011, anche la qualifica di compositore.
- ↩︎ Il palazzo, in stile neoclassico fu costruito alla fine del Settecento come sede della Accademia degli Anistamici (dei ‘Risorti’). Il progetto è dovuto all’architetto Francesco Maria Preti con modifiche di Clemente Doglioni. Notizie precise sul palazzo e sull’attività culturale e ricreativa del sodalizio sono state inserite nell’Archivio Soraimar, in internet al sito www.soraimar.it, cerca per TITOLO ‘Minerva’ nella sezione RACCOLTE. Tali notizie sono tratte dal volumetto IL CASINO LA MINERVA – BELLUNO 1787-1965: ‘L’anno 1734 alcuni giovani studiosi, riuniti sotto la presidenza del Padre Paolo Agelli da Forlì, fondavano la Società degli Anistamici, assumendo per emblema una Fenice sorgente dal rogo, col motto, tratto da versi del Petrarca ‘Rinasce e tutto a viver si rinnova’. Il trasferimento a Padova del P. Agelli non diminuì il fervore letterario dei giovani bellunesi che, giunti a matura età e accresciuti di numero, pensarono nel 1764, di adottare quelle particolari norme statutarie che due anni dopo erano approvate dal Veneto Senato. La Società degli Anistamici veniva successivamente annoverata dal Governo stesso fra le sei ‘Agrarie’ dello Stato con un annuo assegno. Una medaglia d’oro deliberata nel 1771 veniva conferita agli autori delle migliori composizioni o memorie poste periodicamente a concorso’.
- ↩︎ La durata di ciascuna puntata era intorno alla mezz’ora con frequenza settimanale. Buona parte degli appuntamenti è documentata negli archivi allegati [nell’idea editoriale originaria dell’Autore, era prevista una corposa mole di allegati in formato multimediale, ndr].
- ↩︎ Appuntamenti coi Belumat nel 1976. Allora la maggior parte della nostra attività si svolse in provincia, con un paio di eccezioni. Fummo a Milano il 31 gennaio; in marzo, il 5 a Quero (BL) e il 20 ad Agordo (BL); in aprile, il 9 a Feltre (BL), l’11 a Cencenighe (BL), il 24 a Trichiana (BL). Il Primo maggio a Castion (BL) e il 22 a Paiane (BL). Il 24 luglio a Longarone (BL). In agosto, il 5 ancora a Cencenighe (BL), il 15 a Fener (BL), il 20 a Tambre (BL), il 21 ad Agordo (BL), il 22 a Fiera di Primiero(BL). Il 2 ottobre fummo a Schio (VI) e in dicembre, oltre al Comunale il 3 (BL), fummo a Sedico (BL) l’8 e il 22 ancora a Paiane (BL). La doppia visita a medesime località nel corso dell’anno fu conseguente alla notevole richiesta da parte del pubblico e dalla scarsità di sale ‘culturali’ esistenti in provincia. [16 rappresentazioni nel Bellunese e una trasferta a Milano e una a Schio].
- ↩︎ Teledolomiti Ed., con le seguenti canzoni, in ordine di traccia: Storia beloria, San Gaetan, Anca i gat, Canta de amor, La me fémena, Doman l è festa, Belun no so, Via medatera, Giani Fiaschi, Casa Maria, Lamentation, Cìpelo ciàpelo.
- ↩︎ Tessera n. 376.









