Il brano evangelico di questa domenica si apre con l’immagine di Giovanni insieme a due suoi discepoli. Il Battista vede passare Gesù e lo indica ai suoi seguaci con un’espressione del tutto particolare: «Ecco l’agnello di Dio». In seguito a tale indicazione i due discepoli lasciano Giovanni e s’incamminano dietro a Gesù.
La prima cosa che colpisce è proprio ciò che Giovanni fa, ovvero l’indicare a dei suoi discepoli un «altro» da seguire. In questo gesto c’è tutta l’autenticità di quest’uomo che, consapevole del suo ruolo è capace di non legare a sé le persone che lo seguono, ma di indirizzarle verso colui che egli stesso ha riconosciuto più grande di lui. Appare stridente questa scena in cui Giovanni, a capo di un movimento religioso numericamente importante, anziché preoccuparsi della propria immagine e audience indica ai suoi seguaci un «altro», a costo così di passare in secondo piano, di essere perfino dimenticato da loro. Dietro a questa scelta non c’è solo – come si è detto – l’autentica consapevolezza che Giovanni ha di sé nei confronti dell’«altro», ma c’è anche una vera manifestazione di quanto i suoi discepoli gli stiano veramente a cuore.
Noi siamo così abituati a chiamare Gesù “l’Agnello di Dio” che ci riesce difficile immaginare la scossa che questa frase deve aver dato alle prime persone che la sentirono dire. La maggior parte degli ebrei si aspettavano un Messia che avrebbe scacciato i romani attraverso il suo eroismo militare. Non avevano mai pensato che il Messia sarebbe stato un Agnello. Gli agnelli non sono di certo famosi per la loro abilità in battaglia. Essi non uccidono, essi muoiono. Essi venivano, infatti, sacrificati ogni giorno nel tempio ebraico come atto di adorazione del Signore. Ma c’era un sacrificio speciale che si ripeteva ogni anno ed in cui gli agnelli erano presenti in modo predominante. Si tratta della festa centrale dell’anno ebraico con il sacrificio di un agnello perfetto, senza macchia e senza difetti: gli Israeliti celebrarono questo evento ogni anno, con centinaia di migliaia di ebrei che arrivavano a Gerusalemme a sacrificare i loro agnelli e mangiare la cena di Pasqua nella Città Santa.
Non è un caso che Gesù fosse arrestato e messo a morte durante la Pasqua. Nel Vangelo di Giovanni, Gesù esala il suo ultimo respiro allo stesso momento in cui gli agnelli pasquali vengono sacrificati nel Tempio. Lo stesso Vangelo è l’unico a sottolineare che le gambe di Gesù non furono rotte per assicurarsi che fosse morto, come era consuetudine nelle crocifissioni. Piuttosto, i Romani impiegano un metodo di verifica alternativo – un colpo di lancia al cuore. Perché Giovanni prende la briga di sottolineare questo? Perché la Scrittura stabilisce che nessun osso dell’Agnello Pasquale poteva essere rotto. Il Verbo venne come un agnello senza macchia ad offrire il sacrificio perfetto di amore che avrebbe compensato tutto il male umano e quindi tolto tutti i peccati. Il Pastore offrì il suo sangue per i nostri peccati e il suo corpo come la nostra nuova cena pasquale, per dare alle sue pecore la forza di diventare agnelli come lui ed offrire la loro vita per la vita del mondo. I discepoli scoprono che Gesù non è un rabbi, bensì il Messia. Che cosa ha fatto sì che i due comprendessero di trovarsi di fronte al Messia non è detto, ma sicuramente è racchiuso in quelle ore di intimità che hanno trascorso insieme a lui.
Al contrario di ogni influencer, infatti, il legame che Gesù fonda con ogni persona che lo segue è un legame «comunionale», che si manifesta e concretizza non nel culto di una persona, ma nell’amore vicendevole di una comunità di fratelli e sorelle che «rimangono nel suo amore».
Giulio Antoniol
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