«Dolomiti», storie che tengono viva la nostra montagna

Il nuovo numero (4/2025) attraversa boschi antichi, statuti secolari, biografie risorgimentali, arte sacra, archivi ritrovati e tradizioni civiche, raccontando la ricchezza culturale del Bellunese.
28 Febbraio 2026
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È ora disponibile il numero 4/2025 di «Dolomiti. Rivista di cultura e attualità della provincia di Belluno», edita dall’Istituto Bellunese di Ricerche Sociali e Culturali.

Ogni numero di Dolomiti è come un albero nel bosco della cultura del nostro territorio: diverso per altezza, specie e frutti, custode e sentinella, capace di crescere, catturare la luce e offrire rifugio e nutrimento. Gli articoli che seguono, come radici, tronchi e rami intrecciati, compongono un ecosistema variegato di storia, memoria, arte e comunità, testimonianze vive del nostro paesaggio umano e naturale.

Per lo spunto iniziale – memori della grande lezione dello storico direttore don Sergio Sacco – siamo partiti dal tema del primo articolo, che è anche quello dell’immagine di copertina. In questo ampio saggio, Giandomenico Zanderigo Rosolo accompagna il lettore in un’“escursione” nel tempo tra i boschi del Cadore antico, intrecciando dati botanici, fonti documentarie e toponomastica. Torbiere, statuti comunitari, vizze, confini e nomi di luogo diventano un vero archivio vivente, capace di raccontare come clima, economia e pratiche sociali abbiano modellato nei secoli la composizione dei boschi. Ne emerge un paesaggio dinamico, segnato da disboscamenti, incendi controllati, pascoli, commerci del legname e progressive regolamentazioni collettive. Un invito a rileggere i problemi ambientali contemporanei alla luce di una lunga storia di interazione fra uomo e foresta.

Passando alla storia istituzionale e comunitaria, il contributo di Dina Vignaga analizza la Carta di Regola di Sedico del 1596, documento fondamentale per comprendere l’organizzazione sociale, economica e giuridica di una comunità rurale bellunese in età veneziana. Attraverso una lettura puntuale dei capitoli statutari e del complesso iter di approvazione, emerge un sistema di autogoverno fondato sulla gestione collettiva di boschi, pascoli, acque e infrastrutture, regolato da norme precise e da un articolato apparato di cariche comunitarie. La Carta restituisce uno spaccato vivido della vita quotidiana, delle tensioni sociali, delle pratiche di controllo del territorio e dei valori religiosi e civili condivisi, illuminando dal basso il funzionamento concreto delle istituzioni comunitarie.

Alla dimensione collettiva si affiancano le storie individuali. Il saggio a quattro mani di Domenico Grazioli e Franco Sasso dedicato a Giovanni Zabot, garibaldino di Pedavena, ricostruisce una vicenda umana e politica che intreccia la grande storia del Risorgimento con una biografia familiare. Da soldato dell’esercito austriaco a disertore, da volontario garibaldino decorato al valor militare a esule, fino al ritorno in patria dopo l’Unità, la vita di Zabot attraversa guerre, speranze e contraddizioni dell’Italia nascente. Accanto alle imprese militari emergono l’impegno civile, le scelte ideologiche repubblicane e la costruzione di una solida rete familiare e sociale nel Feltrino, restituendo l’immagine di un patriottismo concreto, fatto anche di lavoro, solidarietà e memoria.

La memoria della guerra ritorna nell’articolo di Antonella Fornari, che ricostruisce la Prima guerra mondiale nelle Dolomiti ampezzane. La scoperta di scritte e nomi dei soldati riporta alla luce la presenza silenziosa di giovani e anziani al fronte, rendendo tangibile l’esperienza della guerra di montagna.

Per la storia dell’arte, Flavio Vizzutti analizza l’iconografia nobiliare nelle chiese di Belluno tra XVI e XVII secolo, distinguendo ritratti “in abisso” e “in gloria” in base alla postura e alla resa dei committenti. Attraverso opere di Pietro Vecchia, Cesare Vecellio, Francesco Frigimelica e altri, l’autore mostra come il ritratto celebri il ruolo sociale, politico e religioso di aristocratici, canonici e rettori, intrecciando devozione, prestigio familiare e memoria storica nel contesto della Serenissima.

Giovanni Grazioli prosegue l’esplorazione della figura di Giovanna Zangrandi, scrittrice, alpinista e partigiana. La donazione del Fondo Giovanna Zangrandi alla Biblioteca civica di Belluno, grazie a Irene De Bernardin, rende disponibile un patrimonio ricco di dattiloscritti, manoscritti, fotografie, carte e libri. Un archivio che consente di seguire l’evoluzione dei testi, di riscoprire un’autrice ancora poco valorizzata e di aprire nuove prospettive di ricerca storica, letteraria e filologica, oltre alla possibilità di future pubblicazioni.

Il Palio di Feltre è raccontato da Eugenio Tamburrino come molto più di una corsa: è cultura, identità e partecipazione. Ripreso nel 1979, coinvolge cittadini di tutte le età, unisce tradizione e innovazione e valorizza il centro storico. Il drappo dipinto, cuore simbolico della manifestazione, diventa narrazione visiva della città, mentre mostre, conferenze, attività didattiche e il Museo digitale del Palio rafforzano il legame tra memoria storica e comunità viva.

Con questo numero si chiude la serie di Maria Cerentin dedicata all’approccio didattico innovativo di Anna Maria Vibani Cerentin, maestra a Belluno negli anni Settanta. Attraverso esperimenti pratici e osservazioni dirette, gli alunni affrontavano concetti scientifici complessi, integrando scienze, italiano e disegno. I diari e i quaderni restituiscono un’esperienza educativa fondata su curiosità, metodo e partecipazione, testimonianza di una scuola capace di lasciare un segno duraturo.

Conclude il numero la rubrica Spigolature, con recensioni di libri, segnalazioni di iniziative culturali, aperture straordinarie, mostre e percorsi di valorizzazione del patrimonio artistico e storico del territorio. Per info e/o abbonamenti: Istituto Bellunese di Ricerche Sociali e Culturali, tel. 0437 942825 / 340 3149560, mail: dolomitiredazione@gmail.com

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Una risposta

  1. La montagna si chiama IL CORNO del DOGE per la sua particolare forma simile alla forma del corno del Doge il capo della Repubblica di Venezia e la montagna il parte si trova sul terreno donato dagli allora abitanti del comune di Auronzo di Cadore insieme ad una delle foreste più belle e fruttuose del Cadore che prende il nome della ” Foresta di Somadida . Ché si trova alla fine della zona di S. Marco tra Auronzo e Misurina verso le montagne e il comune di San Vito.

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