Il primo che arrivò sul Passo della Sentinella

Nel 110° anniversario dell’epica conquista ricordiamo Pietro Martini, protagonista rimasto nell’ombra
25 Aprile 2026
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È passato oltre un secolo, ma la conquista del Passo della Sentinella, tra Cima Undici e Croda Rossa, avvenuta il 16 aprile 1916, continua ad affascinare e stupire chiunque sì interessi alla storia della Grande Guerra o semplicemente pratichi le vette dolomitiche. Il primo a riconoscere l’eccezionalità di quell’evento fu proprio il nemico, come dimostrato dalle parole di Oswald Ebner, valoroso ufficiale del 2° Reggimento Kaiserjäger del Tirolo sulla Croda Rossa: “Nessuno aveva mai pensato che si potesse intraprendere un’impresa così audace e di così vaste proporzioni, né i Comandi, né i combattenti alla fronte”.

E in effetti si trattò di un’azione alpinisticamente memorabile, sia per l’imponenza dell’ambiente, sia per le estreme condizioni del clima, sia per la formidabile posizione difesa dall’avversario. In tante commemorazioni, pellegrinaggi, studi e conferenze organizzati in questi ultimi decenni in occasione dell’importante anniversario abbiamo avuto modo di penetrare nei molti risvolti di quest’attacco, preparato accuratamente nei sei mesi precedenti, e i protagonisti assoluti sono stati sempre il capitano Giovanni Sala, l’aspirante Italo Lunelli e il gruppo dei mitici Mascabroni. che dalle alte forcelle di Cima Undici si lanciarono a precipizio sul sottostante passo. Possiamo anche aggiungere che, di volta in volta, si è finito con il discutere, anche animatamente, di chi fosse il merito principale, con pareri spesso discordi. Chi rischiò di più? Chi lavorò meglio? Chi meritava la medaglia d’oro, chi quelle d’argento e di bronzo? Contò di più la preparazione o l’azione? Le diatribe durate 40 anni tra Sala e Lunelli, prima compagni di lotta sul ghiaccio e poi acerrimi nemici su libri, libelli e giornali, certo intristiscono la gloria dell’impresa, ma ne esaltano al tempo stesso il valore che essa ha ed avrà nella storia.

Non voglio qui scendere nei particolari, anche perché il mio parere l’ho già dato, avendo nel 2015 scritto un libro sulla figura del borcese Giovanni Sala, da me presentato come il vero ideatore, preparatore ed esecutore dell’intero piano di conquista del passo. Ma ciò non toglie nulla al valore dei singoli, a cominciare da tanti umili Mascabroni, che non sono diventati altrettanto famosi. Poi si potrebbe aggiungere che determinante fu anche la regia del Generale Venturi, e magari anche i primi tentativi fatti da Italo Cerboneschi, falliti ma pur sempre utili a capire dove e come agire per tentare la conquista.

Quest’anno vorrei ricordare un eroe di quel fatidico 16 aprile rimasto un po’ nell’ombra, ovvero il sottotenente Pietro Martini, che vanta comunque un primato incontestabile: fu il primo ad arrivare sul passo e a costringere alla resa il presidio austriaco. Certo non sarebbe riuscito a farlo senza la concomitante azione svolta dall’alto da Sala e dai suoi Mascabroni e forse anche senza il concorso di Lunelli dal Pianoro del Dito, teso a impedire che dalla Val Fiscalina arrivassero i rinforzi austriaci, ma questo speciale onore gli spetta comunque di sacrosanto diritto.

L’attacco da lui guidato dal basso era stato concepito in sincronia con quelli previsti dall’alto e dal fianco destro, dopo che all’inizio del conflitto si era tentato solo l’assalto diretto mandando allo sbaraglio su per il Vallon Popera uomini protetti da pesanti scudi.

Il reparto del “Fenestrelle” destinato all’attacco frontale e ad agire sulla destra uscì di notte dalla linea avanzata di Sasso Fuoco, con camicioni bianchi, armi foderate di tela bianca e pelle unta di grasso antiassiderante. Lunelli e Leida salirono verso la Selletta del Pianoro, gli altri si ammassarono sotto il Roccione dello stesso Pianoro.

All’alba dal Sasso Fuoco si levò un razzo rosso che diede il via a un intenso tiro di artiglieria sul passo, cui gli austriaci risposero prontamente, impedendo ogni movimento del nostro reparto attaccante. Frattanto Martini, come lui stesso raccontò a Sala in una lettera del febbraio 1933, scavava una galleria nella neve per tentare di sbucare, di sorpresa, a brevissima distanza dal passo, ma il tentativo non riuscì perché la galleria, imprevedibilmente, veniva a sbucare sopra una roccia impraticabile. Alle ore 13 Martini ricevette l’ordine di operare frontalmente per l’occupazione del passo e con il suo piccolo reparto risalì decisamente il ripido declivio arrivando primo sulla posizione avversaria.

Subito dopo giunse l’alpino Bourset e subito lo seguirono gli altri. Il presidio nemico non reagì e lungo una galleria nella neve che univa la posizione di resistenza con il versante opposto venne trovato un soldato austriaco morto, colpito forse mentre usciva dalla caverna. Martini attraversò subito la galleria e fuoriuscì sul versante opposto, dove scorse una porticina nascosta nella neve, che subito spalancò intimando la resa. Uscirono sette austriaci: uno era ferito al braccio, un altro parlava italiano. Si catturarono fucili, munizioni varie, una mitragliatrice in ottimo stato assieme a un’altra rotta e prigionieri e materiali vennero consegnati ad altri ufficiali poi sopraggiunti.

Si concludeva così l’operazione più eclatante dell’intera guerra sul fronte dolomitico della IV Armata. Il successo non evitò poi, come già detto, gelosie e dissidi tra i protagonisti, ma questa è un’altra storia che nulla toglie all’eroismo di chi rese possibile l’impresa e in particolare al titolo di primo arrivato al traguardo che spetta a Martini. Il quale – è giusto sottolinearlo – si tenne poi sempre lontano da ogni polemica e non si lamentò mai della medaglia di bronzo allora conseguita (e solo nel 1922!), mentre altri ottenevano l’argento e l’oro.

Walter Musizza

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