Finché la Vanda gli rifilò un colossale sonoro sberlone

«Il futuro è già passato ovvero mi, Belun, i Belumat e le bele compagnie». 51ª puntata
30 Aprile 2026
166

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Intant a Mel la Vanda

A Mel, due ore di intervallo, si andava a mangiare al Moro, da Silvio Rui, trattore con una smisurata passione per il ciclismo ed un viso perennemente paonazzo che sembrava appena aver finito di tirare una volata. In realtà faceva pubbliche relazioni con partecipazione diretta mentre il lavoro di produzione era affidato a sua moglie, sempre stracarica di impegno, e la distribuzione a belle ragazzotte del posto tra cui, per un periodo, trionfò la Vanda, bionda, fatta bene e spigliata quanto basta per tener testa alle infinite stupidaggini a doppio senso che tutti noi le sparavamo a raffica prima, durante e specialmente dopo il pasto mentre si faceva un rapido scarabocio ad esaurire il tempo prima del rientro[1].

Resta il fatto che proprio questa sua capacità di difesa e tolleranza ce l’aveva messa in buona considerazione e seria, anche perché dei suoi possibili amanti si ventilava con invidia senza sapere esattamente chi e se in realtà ne avesse. D’altronde la sua capacità di difesa si era ancor più confermata dopo che al bar, di fronte a un mugugnamento rivoltole da Piero, che era un pedante sordomuto, collega operaio della Zanussi, gli rifilò un colossale sonoro sberlone a mano piena accompagnandolo con l’incredibile motivazione… «putana te ghe lo dis a to mare». Così verificammo che aveva idee chiare anche su altri linguaggi della comunicazione.

1930, Agordo. Automezzi della ditta Buzzati, davanti a villa Crotta (Fiat 505 e Fiat 15 ter)

Indovina indovinèl (1977, maggio)

Nel maggio del ’77 esce il mio primo volume sugli indovinelli[2], intitolato Indovina indovinèl. L’introduzione dell’opera fu fatta da Agostino Perale, con cui era partita una proficua collaborazione artistica, e le illustrazioni vennero magistralmente realizzate da un altro caro amico, conosciuto da bambino sui palchi con la Compagnia d’Arte Varia (faceva il basso nel quartetto Jolly[3] ) ed ora riscoperto come pittore.

La copertina di «Indovina indovinel», 1977.

Carlo Sovilla

Carlo Sovilla, Carleto, per mio padre, che forse lo chiamava così per la similare relativa statura, dipingeva quasi sempre in penombra perché la troppa luce gli dava fastidio. Quando, con Bruno Milano, se ne andavano a ritrarre il Sud, mi raccontava dell’ombra potente degli ulivi. Eppure i suoi paesaggi preferiti erano le grave della Piave e i colli della Val Belluna, scoperti tardi assieme alle nevi, ma in tempo per lasciare traccia di bellezza nella nostra storia. La sua dote d’eccellenza è l’uso del colore che Franco Fiabane, appoggiato nel parere da Annigoni, ha definito ‘di qualità tizianesca’. Scusate se è poco. Tengo per carissime alcune nature morte, il suo forte, che sono del periodo in cui dipinse per me le tavole da inserire nel libro e che hanno la freschezza della verità. Quando andavo a trovarlo nel suo studiolo sull’Ardo, in quel del Prà, stavamo ore a spostare i quadri da un posto all’altro per riassaporarli assieme, e non parevano mai gli stessi perché, come ogni cosa eccellente, ogni ‘guardata’ era una esperienza al servizio dell’occasione successiva. A volte mi parlava dei bei tempi quando cantava nel quartetto (a volte quintetto) e con mio padre, Ginetto, e tutta la ghenga, se ne partivano a la vigliaca inventando i loro divertimenti.

L’edizione di Indovina indovinel, per il rispetto dovuto ai 2-3 anni di ricerca fatta anche attraverso la collaborazione dei radioascoltatori, fu curata da Teledolomiti che nel frattempo, grazie agli sforzi di Pocchiesa, si era espansa creando la prima TV locale[4], una tra le prime nel Veneto.

Il volume riservava un’altra novità eccentrica per l’epoca, ossia la multimedialità, garantita dalla presenza di una musicassetta allegata con le voci dei radioascoltatori coinvolti.

L’atmosfera di condivisione e collaborazione continuò con la partenza di una nuova rubrica radiofonica intitolata Magnar Rùstego che nel corso dell’anno, una volta alla settimana, mi consentiva di confrontare con le donne di tutta la provincia la persistenza dei piatti tipici sul territorio.

Le informazioni di base, dai tempi di Polenta e tocio, erano assai aumentate anche per un lavoro di ricerca fatto in collaborazione con gli alunni dell’Istituto Professionale[5] e il reperimento di altre fonti. La trasmissione si dimostrò fruttuosa anche per i regali avuti, da una nonna feltrina e da un’altra alpagotta, di due vecchi libretti con copertina scura, su cui stavano annotate a mano moltissime procedure per cuocere le vivande, piene di strafalcioni grammaticali invero, ma di straordinario amore ed efficacia. La mia ambizione era coinvolgere, per una possibile introduzione, Bepi Maffioli, eclettico gastronomo veneto, ma anche scrittore e attore. Decisi di cercare un contatto attraverso l’Accademia Italiana della Cucina (AIC) cui eravamo entrambi associati.

Non avevo comunque fretta poiché desideravo, prima, portare a termine un’altra operetta cui stavo lavorando dai tempi di A pas da zìnghen, imperniata su un tema sociale che mi stava a cuore, ossia il lavoro in fabbrica. Ero sollecitato dagli spunti quotidiani sul lavoro che mi obbligavano a rimanere sospeso tra problemi di macchine, catene di montaggio e automazioni, e dall’altra, tra persone cadute troppo rapidamente dall’agricoltura all’industria, dall’aria aperta al capannone, salvati da un doppio impegno che li faceva già individuare col nuovo epiteto di ‘metalmezzadri’.

La poesia che ne derivava era inquieta, un mix di nostalgia, rammarico, protesta e proposta assieme, che entusiasmava anche Giorgio, il quale ne tradusse qualche brano in inglese proponendo per essi degli ottimi supporti musicali.

Il risultato fu stimolante a tal punto da tentare di coinvolgere anche un poeta americano per tentare una traduzione più ‘sofisticata’. Charles Matz, docente allora all’Università di Feltre, accettò la sfida, come pure Agostino Perale, avvocato poeta bellunese, il quale si incaricò delle trasposizioni in italiano.

Il tutto si arricchì concretamente con la partecipazione di Franco Fiabane, scultore dall’eccezionale vocazione per il disegno, che non solo realizzò due significative tavole per il libro[6], ma scolpì alcune statue ispirate alle poesie che entreranno a far parte di una mostra abbinata alla presentazione del libro.


[1] La quaderna abituale era composta da Bonetti, Smali, Romagnoni e il sottoscritto.

[2] Gianluigi Secco, INDOVINA INDOVINEL raccolta di indovinelli popolari della Valbelluna, con introduzione di Agostino Perale e tavole a colori di Carlo Sovilla; 116 pp., 17×24 cm; con allegata musicassetta con voci originali; Teledolomiti Editrice, Belluno, 1977. Successivamente, nel novembre dell”89 uscirà un secondo volume riveduto e ampliato, dal titolo INDOVINA MERLO.

[3] O altro nome somigliante; non ricordo né sono riuscito a saperne di più neanche da Carletto Sovilla.

[4] Nel febbraio 1977.

[5] Il lavoro fatto con gli alunni, presso le proprie famiglie, nell’intera provincia, ha dato risultati straordinari consentendo di avere una immagine definita dei piatti casalinghi tradizionali (da festa) in voga fino alla metà del Novecento (tramite i racconti di madri e nonne). Conservo copia dei risultati, a suo tempo tirati a ciclostile, in due grandi libroni rilegati a mano e che ormai sono diventati ‘storici’.

[6] Si tratta di due bellissimi disegni. La prima tavola illustra da destra a sinistra il passaggio dalla condizione brutale a quella spirituale; fra l’altro contiene anche il ritratto dei due artisti che guardano gli altri personaggi che stanno oltre il muro della fatica. La seconda tavola illustra il mondo della tradizione e del mito.

Autore

  • Gianluigi Secco (Belluno, 1946-2020), si è dedicato per gran parte della vita al settore della cultura popolare e ai temi dell’identità e delle relazioni. •••
    Dalla fine degli anni Settanta è stato ideatore, produttore, conduttore e regista di rubriche radio e televisive di intrattenimento culturale (oltre 1000 ore di talk-show in diretta) sulle più importanti Emittenti trivenete. •••
    È stato autore di una trentina di volumi tra saggistica e poesia e di molti documentari in DVD video e CD audio, su temi sociali, sulla storia dell’emigrazione e sui riti della tradizione popolare. ••• È stato cantautore e anima del Gruppo Culturale Belumat (prima col duo ‘storico’, assieme a Giorgio Fornasier, I Belumat e poi con Belumat Formazione Aperta) che aveva all’attivo più di 3000 concerti in Italia e all’estero in quattro decenni di felice carriera. ••• È stato autore insieme a Giorgio Fornasier delle colonne sonore di due rappresentazioni teatrali brasiliane (16 canzoni d’Autore) scritte in collaborazione con lo scrittore e regista Josè Itaqui per la Compagnia Teatrale Miseri Coloni di Caxias do Sul (testi ‘par talian’ e in lingua brasiliana): De là de l mar e La vita zé na vaca. ••• Ha ideato e sostenuto per anni la mostra-museo errante ‘MEM’ intitolata maschere e riti dei carnevali arcaici del veneto & dolomiti, che ha proposto dal 1988 in Italia e all’Estero e che risulta essere tra le più significative del suo genere. ••• È stato il realizzatore, assieme all’amico Tito De Luca, della mostra Arca, Ararat e Armeni, allestita presso il Convento Mechitarista dell’Isola di San Lazzaro degli Armeni, a Venezia (2002). ••• È stato il realizzatore della mostra POCO, NiENTE E FANTASIA, dedicata ai vecchi modi infantili di giocare, allestita presso il Museo Etnografico di Treviso (2014). •••
    È stato fondatore e presidente dal 1998 al 2018 della Associazione Internazionale Soraimar che aveva lo scopo di mettere in relazione autori e cultori delle tradizioni popolari venete di tutto il mondo e di stimolare la salvaguardia di ogni identità culturale considerata bene fondamentale del singolo e di tutte le collettività. ••• Aveva progettato e curato dal 2002 un sistema in rete internet di Archivi multimediali della Tradizione Popolare, aperti al pubblico, gestiti per conto dell’Associazione (soraimarc) oltre che per la Regione Veneto con oltre 5.000 clip audiovisive e 15.000 schede illustrative disponibili alla consultazione del pubblico (attualmente il sito è in restyling, in attesa di nuove risorse). ••• Aveva curato direttamente alcune collane multimediali sulla cultura veneta regionale ed extra regionale tra cui quelle americane di Brasile e Messico, e quelle di cultura istro-veneta con l’edizione di un centinaio di titoli in CD audio e DVD, editi per il tramite dell’Associazione. ••• Già tecnico d’industria, è stato formatore nei Sistemi di Qualità (Total Quality) con riferimento ai settori Turistico-alberghiero ed Enogastronomico (Prodotti Tipici, Turismo cultural-gastronomico). ••• È stato noto eno-gastronomo, già consultore membro della Accademia Italiana della Cucina ed autore di alcuni volumi e di una enciclopedia multimediale sulla cucina tradizionale veneta, vincitrice, nel 1997, del premio nazionale ‘Orio Vergani dell’AIC. ••• Aveva realizzato nel 2013 il progetto ‘Mitincanto’ con l’edizione di un volume ad illustrare i maggiori Miti della tradizione popolare veneta messi in relazione con altri similari d’Italia (ad es. della Sardegna) e del resto d’Europa e con la produzione affiancata di oltre una sessantina di nuove canzoni di cui ha già scritto i testi e, di parte, anche la musica, affidando poi altri brani ai colleghi cantautori del Veneto. Da questo lavoro era stato tratto un nuovo spettacolo teatral-musicale presentato in teatri, biblioteche e sale civiche e corredato da straordinari ausiliari audiovisivi. Tra queste canzoni, quella intitolata FADA, interpretata dalla cantautrice trevigiana Erica Boschiero, ha vinto come miglior testo il Premio Parodi 2012 a Cagliari. ••• Tra l’estate 2015 e il 2018 aveva combattuto un’aspra battaglia contro un linfoma di tipo ‘Non Hodgkin B’, diffuso a grandi cellule e era stato considerato rimesso dal male dopo un complesso trattamento pregevolmente praticato con successo dall’equipe medica del reparto di Ematologia del Ca’ Foncello di Treviso.
    Aveva potuto festeggiare il suo 74°compleanno in compagnia della gran parte degli amici musicisti (7/02/2020) per poi spegnersi, amorevolmente accompagnato dai suoi familiari, a causa di un subdolo infarto intempestivamente diagnosticato durante l’inizio del primo lockdown da Covid-19.

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