Fondazione Teatri delle Dolomiti, la replica dell’ex presidente Ferigutti

Massimo Ferigutti (al centro nella foto): «La cultura non si governa con soli criteri contabili, ma con visione, ascolto e responsabilità condivisa».
20 Luglio 2025
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Dopo la recente intervista della presidente Michela Marrone, pubblicata sui quotidiani locali e ripresa anche dalla nostra testata, interviene l’ex presidente della Fondazione Teatri delle Dolomiti, Massimo Ferigutti, con una lunga riflessione affidata alla stampa. Nessuna replica polemica, precisa, ma un contributo per «restituire dignità al lavoro svolto» e per sollecitare una discussione pubblica sul futuro della Fondazione.

Ferigutti mette in guardia da una lettura puramente tecnica dell’ente culturale, ridotto secondo lui a un «contenitore amministrativo». Ricorda invece come la Fondazione sia nata da una rete di relazioni, visioni condivise e progettualità orientate allo sviluppo culturale del territorio. Durante il suo mandato – sottolinea – sono stati ottenuti alcuni risultati significativi: l’aumento del contributo annuo da parte della Fondazione Cariverona, l’avvio del progetto Culture Link rivolto ai giovani e alla formazione culturale, la produzione diretta del cartellone teatrale e musicale, un accordo di sostegno con Cortina Banca e l’attivazione di uno sportello culturale in collaborazione con il Consorzio Bim Piave. «Tutto questo – scrive – è stato possibile grazie a un lavoro di squadra fondato su trasparenza, entusiasmo e spirito di servizio pubblico».

Ma il quadro attuale, secondo Ferigutti, solleva più di una preoccupazione. La decisione del nuovo Consiglio di Gestione di sospendere il cartellone teatrale 2024-2025, nonostante la disponibilità di oltre 140.000 euro, viene giudicata incomprensibile. Una scelta, afferma, che rischia di «indebolire la fiducia degli enti finanziatori», di «deludere il pubblico» e di segnare un «arretramento culturale e strategico per il territorio».

Ferigutti contesta anche la crescente centralizzazione nella gestione, che avrebbe ridotto la Fondazione a un ente tecnico-organizzativo, allontanandola dal suo ruolo di promotrice culturale. A suo avviso, la FTD dovrebbe essere aperta, partecipativa, generatrice di opportunità. Critica inoltre la continuità concessa a realtà definite “residenti”, che secondo lui rafforzano una forma di dipendenza culturale dal Comune e ostacolano l’autonomia della Fondazione.

Il progetto Culture Link, una delle iniziative ritenute più innovative, viene descritto come svuotato nei contenuti e abbandonato da molte delle associazioni partner. Ferigutti parla di «un clima di chiusura», di «assenza di dialogo» e di una gestione accentrata nelle mani dell’assessore alla Cultura, Raffaele Addamiano. «È inaccettabile – scrive – che un progetto nato, costruito e finanziato sotto la guida della Fondazione venga oggi gestito senza il suo diretto coinvolgimento».

Un passaggio è dedicato anche alla questione del Museo Fulcis, di cui la Fondazione si occupa solo in termini di gestione del personale e dei servizi, ma senza avere alcuna competenza sulla programmazione culturale. I costi legati al museo – segnala Ferigutti – continuano a gravare sulla FTD, pur non essendo determinati da essa. Per questo chiede una revisione degli incarichi e il ritorno della gestione al Comune. Ricorda infine che la mostra dedicata a Andy Warhol è stata «interamente finanziata e organizzata da strutture private».

Il documento si chiude con un appello rivolto alle istituzioni, alle associazioni culturali e ai cittadini: preservare la vocazione originaria della Fondazione, evitando di ridurla a un semplice contenitore di servizi. «La cultura non si governa con soli criteri contabili, ma con visione, ascolto e responsabilità condivisa», sottolinea Ferigutti, che attribuisce l’attivo di bilancio rivendicato dalla presidente Marrone «ai contributi ricevuti, non a capacità artistiche o imprenditoriali».

Conclude con un richiamo al senso del servizio pubblico: «Chi ha avuto l’onore di guidare un’istituzione pubblica ha anche il dovere morale di difenderne la dignità, l’indipendenza e il potenziale trasformativo».

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