Il Sessantotto albanese ‘‘made in Belluno’’

È un funzionario delle istituzioni pubbliche albanesi, ma la carriera di Albert Nikolla ha incrociato anche la nostra provincia, dove venne anni fa al seguito di don Fabio Cassol, che rientrava dopo l’esperienza missionaria nel «Paese delle aquile». Alla morte di don Fabio, a fine giugno 2024, ebbe a scrivere: «Mi sento un figlio adottivo dei bellunesi. Amo talmente tanto questa terra, che non saprei distinguere questo amore da quello per il mio paese». L’esperienza bellunese, aggiunse, è stata «fondamentale per la crescita e maturazione umana e cristiana». Fu lo stesso don Fabio che, vedendo il suo interesse per la dottrina, lo incoraggiò a iscriversi all’Istituto di Scienze Religiose di Belluno e a conseguire il diploma. Seguirono un master in Etica alla Pontificia Università “Regina Apostolorum” di Roma e il dottorato in Scienze antropologiche all’Università di Firenze.

Oggi – dopo un impegno politico che lo ha visto consigliere del primo Ministro per gli Affari Sociali e viceministro della Sanità dal 2021 al 2023 – Nikolla è autore di diversi studi, tra cui L’uomo nuovo albanese. Tra morale comunista e crisi della transizione (Bonanno Editore, 2011). Nel 2024 ha editato un nuovo studio su Il Sessantotto in Albania, tra propaganda e movimenti rivoluzionari, tradotto in italiano a fine 2025 dall’editore Cirsi di Trieste.

L’autore considera il caso dell’Albania, spesso ritenuto marginale rispetto ai grandi scenari occidentali, ricostruendo anzitutto il contesto internazionale e ricordando come il Sessantotto non si esaurisca nel “Maggio francese”, ma affondi le radici nelle proteste statunitensi per poi svilupparsi in America Latina e in Europa. Gli studenti sessantottini si fecero sentire soprattutto in Europa occidentale, chiedendo libertà di parola, meno burocrazia e maggiore libertà in molti ambiti della vita. Invece tra i confini del patto di Varsavia l’influsso fu minore, con una reale rilevanza solo in Cecoslovacchia, Polonia e DDR, dove si chiedeva il riconoscimento dei diritti umani fondamentali e il pluralismo democratico.

Che cosa succedeva in Albania, mentre il mondo ribolliva? Qui, sostiene Nikolla, un «breve Sessantotto albanese» avrebbe preso forma tra il 1966 e il 1973, sotto l’influsso della Rivoluzione culturale cinese adottata dal regime di Enver Hoxha. Non si trattò di un movimento di piazza sul modello occidentale, ma di un clima culturale percepibile in ambiti diversi: scuola, arte, musica, moda, fino alle carceri e ai luoghi di deportazione. L’autore esamina discorsi ufficiali e pubblicazioni, insieme a testimonianze che definiscono «diabolico» l’atteggiamento iniziale di Hoxha, accusato di aver incoraggiato un certo «liberalismo» per individuare oppositori occulti, prima di avviare nuove epurazioni.

Ampio spazio è quindi dedicato alla persecuzione della Chiesa cattolica e delle altre istituzioni religiose, nonché agli eventi simbolici come l’11° Festival della Canzone della Radiotelevisione albanese e la rivolta del carcere di Spaç nel 1973. Il volume si chiude con una riflessione sulle forme di dissidenza, esplicite e sotterranee, in quel contesto totalitario.

Ne emerge un lavoro che, senza forzature, invita a riconsiderare l’idea di un’Albania impermeabile alle correnti del tempo, mostrando come anche sotto un controllo rigido potessero circolare segni, linguaggi e aspirazioni riconducibili allo spirito del ’68.

L’autore ha avanzato l’ipotesi che se in Albania non ci fosse stata una comunità cattolica, l’Albania sarebbe diventato uno stato ateo. Questo perché al regime comunista interessava estirpare soprattutto la Chiesa cattolica. L’atteggiamento duro nei confronti della Chiesa si vedeva chiaramente nell’attività di tutte le strutture statali durante il sessantotto albanese.

In Albania, il Sessantotto è iniziato con la trasposizione e l’attuazione della Rivoluzione Culturale Cinese a partire dal 1966 e si è concluso con due eventi culminanti nel 1973: la rivolta nel carcere di Spaç e il IV Plenum del Comitato Centrale del PLA del giugno 1973. La ricerca dimostra che la rivolta era ispirata dai preti cattolici detenuti politici.

Davide Fiocco

Autori

Condividi su

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Correlati

il nuovo numero

Prima Pagina

Versione digitale

Iscriviti alla nostra newsletter

I video

Versione digitale

Iscriviti alla nostra newsletter