«Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell’ultimo tempo. Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco –, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà» (1Pt 1,3).
«Dall’abbondanza del cuore la bocca parla», parole dell’Apostolo Pietro che ricorda quei tre giorni oscuri in cui la vita che portò fu peggiore della morte. La sua decantata fedeltà era stata messa alla prova, ed era fallita nel processo; la sua negazione aveva sbarrato l’accesso al Maestro che aveva rinnegato. La crocifissione di Gesù era seguita da poco al suo arresto, e le amare lacrime di penitenza di Pietro non potevano servire a nulla. Colui a cui avrebbero potuto appellarsi giaceva nella tomba. Il pianto pentito dell’Apostolo lo salvò da una disperazione simile a quella di Giuda, ma desolata deve essere stata la desolazione della sua anima fino a quando il messaggio del mattino di Pasqua gli disse che Gesù era di nuovo vivo. Possiamo comprendere il fervore del suo rendimento di grazie: «Benedetto sia Dio, che ci ha generati di nuovo mediante la risurrezione di Cristo dai morti». Non poteva trovare immagine migliore del dono di una nuova vita per descrivere la restaurazione venuta con le parole dell’angelo dal sepolcro vuoto: «È risorto; andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che vi precede nella Galilea». Il Signore perdonò il suo servo peccatore e addolorato, e attraverso questo perdono visse di nuovo e porta impresso per sempre nel suo cuore quel ricordo.
Questo dono della grazia di Dio implica anche: «Egli ci generò di nuovo». Proprio come nella nascita naturale il bambino è totalmente della volontà dei genitori, così è nella nuova nascita spirituale. «Secondo la grande misericordia di Dio», siamo rinati e fatti eredi di tutte le conseguenti benedizioni. Questo passaggio dalla morte alla vita è ricco, in primo luogo, di conforto immediato. Ma la nuova vita guarda avanti per sempre. Sarà ininterrotto per l’eternità: le nostre migliori aspettative si concentrano sempre nel futuro. L’Apostolo definisce queste attese una speranza viva. La speranza del cristiano è viva perché Cristo è di nuovo in vita dai morti. Sgorga con vita sempre rinnovata da quella tomba lacerata. La tomba non è più un capolinea.
San Pietro aggiunge un altro tratto che dà ulteriore certezza alla speranza del credente. L’eredità è riservata. Riguardo ad esso non si può pensare di diminuire o decadere. È dove né la ruggine né la falena possono corrompere, e dove nemmeno l’arci-ladro Satana stesso può sfondare per rubare. Colui che è andato prima a prepararlo ha detto: «Vado a prepararlo». L’Apostolo ha scelto a ragion veduta la sua preposizione. Per la vita presente è solo un tempo di preparazione. Prima di essere pronti a partire, dobbiamo passare attraverso una prova. Possiamo ricavare dall’Epistola stessa un’idea della vita travagliata che questi cristiani dispersi avevano tra la folla dei loro vicini pagani. Quanto vicini ai cristiani della Chiesa del nostro tempo: anche noi possiamo definirci come quei primi cristiani “pellegrini dispersi”. Erano guardati con disprezzo per aver rifiutato di mescolarsi agli eccessi che erano una caratteristica così marcata della vita e del culto pagano. Sono stati insultati come malvagi e San Pietro descrive la loro vita come una prova di fuoco. C’è però una sfumatura diversa: oggi la “dispersione” è spesso causata oggi da una crisi di appartenenza interna alle comunità, non solo da pressioni esterne. Se ai tempi di Pietro i cristiani erano uniti dalla novità del messaggio, oggi la sfida è riscoprire quella novità sotto secoli di tradizione. Definirsi “pellegrini dispersi” oggi non è un segno di sconfitta, ma un ritorno alle origini. È l’invito a non accomodarsi troppo nelle sicurezze del mondo, mantenendo viva quella “sana inquietudine” che caratterizzava le prime comunità.
Giulio Antoniol











