Parole e gesti profetici che lasciano il segno

Nel giorno del 1° anniversario della morte di papa Francesco, riprendiamo l'editoriale che il nostro settimanale pubblicò sul numero 17 del 24 aprile 2025.
21 Aprile 2026
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La domenica di Pasqua era appena passata e subito ci siamo trovati a celebrare un’altra pasqua, l’inaspettato «passaggio» di papa Francesco. Folle di ricordi si fanno spazio nell’animo, partendo dalla sorpresa del 13 marzo 2013, passando per i documenti del suo magistero, i grandi gesti, gli appelli, tanto profetici quanto spesso inascoltati e osteggiati, anche all’interno della Chiesa. Un Papa che ha suscitato entusiasmi, ma anche tante ingenerose critiche: alcune composte, altre veramente sguaiate. E alcune di queste non sanno tacere neanche di fronte alla morte.

Gli è stato rimproverato di essere preoccupato dei poveri, come se questo non fosse in linea con il Vangelo. Hanno rispolverato consunte tesi de papa haeretico, dimenticando che a ogni teologia cattolica è richiesta anzitutto la comunione con il papa. Montando sterili parallelismi con il predecessore, hanno ravvisato un’assenza di struttura teologica; invece nel leggere i suoi testi si scoprono preziose intuizioni dei più grandi maestri della tradizione cristiana, da Agostino e Ignazio di Loyola fino ai maestri dell’Oriente cristiano.

I cultori dei fasti pontifici gli hanno rimproverato di non cantare nella liturgia. «Mi piace sentire cantare, ma, se io cantassi, sembrerei un asino, perché non so cantare». Non ha mai cantato, ma il suo pontificato è rimasto intonato al primo “La”, annunciato nell’Angelus del 17 marzo 2013. Citava un notevole studio del cardinale Walter Kasper, sintetizzato in questa frase: «Un po’ di misericordia rende il mondo meno freddo e più giusto». Una teologia troppo metafisica, dogmatica, sacrale non riesce a inquadrare quel volto di Dio, «misericordioso e pietoso», com’è delineato nella Scrittura e nell’esempio di Gesù.

Di misericordia è piena la prima esortazione apostolica Evangelii Gaudium, che invita la Chiesa a essere «ospedale da campo»; alla misericordia è ispirata Amoris Laetitia, per andare incontro a chi nell’amore ha conosciuto anche dolore e fallimento. La compassione si svela anche nella Laudato si’, laddove richiama l’umanità ad avere cura della «casa comune» che abbiamo ferito. L’enciclica Fratelli tutti e la Dichiarazione di Abu Dhabi sono un accorato appello alle religioni a trattare con compassione quest’umanità in cui la «guerra mondiale a pezzi» schiaccia soprattutto i più deboli.

Ancora si è rimproverato al Papa di essere chiuso in una solidarietà orizzontale, mondana, terrena: ha risposto con l’enciclica Dilexit nos, pubblicata nell’ottobre 2024. Ricordava che l’attenzione alla fraternità, ai diseredati, all’ecologia «non è estranea al nostro incontro con l’amore di Gesù Cristo».

Di compassione sono intrisi anche i martellanti appelli per la pace nella «martoriata Ucraina», in Palestina e Israele e negli scenari geopolitici dimenticati dai media. Quella stessa compassione che respirammo durante la sua preghiera solitaria in Piazza San Pietro nella fase più acuta della pandemia: «La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità».

Il suo pontificato iniziò con un «Buonasera»; si è concluso con un «Buona Pasqua». Anche per Lei, Francesco, padre e fratello, con affetto e gratitudine.

* teologo e giornalista

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