LA “FESTA DEI MARANGONI”, A BORGO PRÀ, NEGLI ANNI SETTANTA (1977)

Nel ‘77 entro a far parte del comitato organizzatore della Festa dei Marangoni che in Romolo Dal Mas, Direttore Didattico e ora Sindaco, e in Francesco De Luca marangón da l Prà, ha trovato nuova energia perseguendo l’obiettivo di valorizzare le tradizioni popolari del borgo cittadino. Si rinnova così una storia di feste da tempo consolidata, perché quelli del Prà, sono una razza speciale1. Nei primi anni del nuovo ciclo, la festa è stata indirizzata soprattutto alle scuole con concorsi ex-temporanei di pittura, la presenza della banda cittadina, della poesia dialettale coi soci del Zempedón e di altre attività tra cui la stampa di alcuni libretti specifici2.

Il comitato è formato, oltre che da Romolo e Checo, da Mario Dal Mas, Carlo Dal Mas, Felice De Col, Aldo Aimè, Chechi Prest, Piero Molucchi, e da qualche altra persona che, me ne scuso, non ricordo. Come componente del direttivo mi prodigo anche in veste di Belumat, oltre che di ‘poeta dialettale’ e di co-organizzatore. Reperendo nuove risorse, decidiamo di ampliare gli orizzonti all’incontro coi vecchi mestieri e alla realizzazione di qualche evento particolare, anche con gente ‘da fuori’, oltre che far conoscere il borgo attraverso le consuete manifestazioni culturali e artistiche.
Romolo3, che era buon conoscente di mio padre per via di amicizie comuni consolidate, mi mostrò in quegli anni, specialmente dopo la sua elezione a Sindaco della città, grande stima e affetto, proponendomi anche un possibile futuro impegno politico in relazione alla città; fu solo un assaggio che non ebbe seguito anche perché troppo presto si ammalò. Verso la fine del suo calvario, e lui sapeva benissimo dell’evento incipiente, mi chiese di passare a casa sua e mi tenne a chiacchierare un intero pomeriggio. Era molto stanco e ogni tanto stava zitto a riprendere fiato. Mi raccontò tutta la sua infanzia, poi la giovinezza, poi di tutte le cose che pensava sarebbe stato bello fare a Belluno. Avevo l’impressione netta di un trasferimento di memoria voluto in ogni particolare: «forse l pól servirte» ogni tanto diceva4. Era d’animo gentile e dolce di cuore, forte nella impavida timidezza e nella voce usata sempre sottilmente. Lo ricordo spesso e dopo che mancò, le cose cominciarono a cambiare.
Nel 1980 ci sembrava che organizzare la festa potesse risultare più semplice per il possibile uso di una nuova sala ricavata al piano superiore della storica falegnameria5 di Francesco de Luca che, da qualche anno, attendeva con impegno all’importante ristrutturazione. L’inaugurazione della Sala, che Checo intitolò alla memoria del padre scomparso, Ernesto, avvenne in quell’anno6, dopo un programma intenso, con dizione di poesie del Gruppo Al Zempedón, e nostro piccolo intervento, come Belumat, a chiudere la serata con qualche canzone. Sempre in quell’anno mi riesce di portare in piazza ‘Barufa’7 il Piccolo Teatro di Oppeano con Dino Coltro, per una memorabile interpretazione del suo Filò8.
CIUNI

Con la questione dei Marangoni, mi ero messo a frequentare il Prà trovando spesso conforto in casa di amici che ci abitavano come i Barbi. Gino aveva cantato da basso col coro Belun per tutta la sua storia ed Ezio, suo cognato e mio collega di lavoro lo conoscevo da quando, da giovincello, avevo fatto una invisibile corte a sua sorella Annamaria9, dato che i De Prà, stirpe di macellai pagotti, avevano la macelleria a Mussoi10, proprio in fianco alla Baita: bella gente. Anche i veci Barbi erano ‘stagni’ e l’Angelina, che aveva tenuto banco d’osteria al piano terra della casa per una vita intera, fino alla fine degli anni Sessanta, era una vera istituzione, piena di vena pratica e di grinta, anche padrona di un sacco di detti, frasi tradizionali e canzoncine: fu lei a darmi lo spunto per il recupero di un paio di brani come San Gaetan e la Ciarastela locale (Dolce felice note) e altre come La canzon dei meʃi (E mi son genaro forte ecc).
Al Prà ritrovai anche Ciuni11, con cui avevo fatto amicizia ai tempi delle colonie estive a Càorle; era stata, quella, una simpatia istintiva, quasi protettiva perché lui era mingherlino, tutto pieno di ricci e appena, ma poco poco, balbo. Così riusciva a fatica a inserirsi nei giochi dei più franchi nonostante una presenza insistente; io allora prendevo la sua parte.
Dopo un quarto di secolo trovai che faceva il barbiere appena di qua del ponte, nella bottega seminterrata che, assieme ad altre, forma l’angolo di accesso alle scalette della ‘curta’ per Rivizzola12. Ci riconoscemmo subito, come se tempo e età non fossero trascorse e ce la raccontammo un po’ mentre mi sistemava i capelli a modo suo, dato che personalmente non ho mai avuto velleità per acconciature particolari. Così, per qualche anno sono passato, ogni tanto, per la sua botéga fino a che è durata la mia ‘stagione’ coi marangoni. Ieri l’altro, dopo un altro quarto di secolo, sono ripassato con rinnovata speranza ma tutto è chiuso, sembra da tempo, come capita ai paesi abbandonati nei film del vecchio west. Ho il cuore devastato da rose di Gerico13.
CHECO ‘IL GRANDE’
Checo mi adorava da quando, col piccolo nuovo mezzo televisivo locale di nome TELEDOLOMITI, lo avevo invitato assieme al Sindaco e a Carletto, per parlare e promuovere la Festa dei Marangoni che egli considerava quasi una iniziativa personale14. Romolo mi aveva anche parlato della grande passione del Checo per la lirica e delle sue aspirazioni di tenore, vanificate in gioventù da un mucchio di complicazioni. Il Checo d’altronde, più di una volta mi aveva raccontato l’avventura del suo viaggio nel Trevigiano per andare a conoscere la Toti dal Monte, il mitico scricciolo nostrano che da Solighetto se ne partiva a cantare da soprano per tutti i lidi del mondo, ovunque acclamata; addirittura narrava che gli aveva dato delle lezioni, o meglio, degli insegnamenti. A farla breve era riuscito ad esprimersi solo come cantore di chiesa, in Santo Stefano, dove riusciva benissimo soprattutto come voce bianca. Romolo mi passò una chicca: si trattava di una primordiale registrazione travasata da un cilindro in cera, con la voce del nostro che interpretava due celebri brani. Nel primo, con voce da soprano, cantava l’aria di Lauretta O mio babbino caro, dal ‘Gianni Schicchi’ (1918) di Giacomo Puccini15; nella seconda interpretava con veemenza la canzone da salotto di Francesco Paolo Tosti che inizia col celebre verso «Vorrei baciar i tuoi capelli neri16…». Che cantasse d’istinto era chiaro, come lampante era la differenza tra potenzialità e aspettativa celata dietro una finta modestia.

Inoltre, per seguire al meglio le istruzioni della Toti che gli aveva spiegato la corretta dizione della parola ‘capelli’ con la e un po’ aperta e non stretta alla ‘bellunese’, finiva coll’esagerarla tanto da suscitare negli ascoltatori un sorriso sotterraneo a volte persino pericoloso. Purtroppo, e nonostante l’ottima volontà, non tutti i tenori escono col buco, come dire che, se non hanno l’opportunità di studiare il mestiere in modo costante negli anni giovanili, si ritrovano poi con i vari apparati mal abituati e quasi sempre inabili a raggiungere la qualità bramata ovvero l’eccellenza.
Nonostante ciò, la passione per il canto, e l’innamoramento che hanno per se stessi è tale che perdono molte volte l’occasione di coltivare il silenzio o di cantare con gioia solo davanti allo specchio. Così finiscono per proporsi e diventare patetici anche se l’affezione è senza danno né colpa (e ne conosco altri). Comunque mi feci dare qualche foto delle sue performance giovanili con la promessa di parlare di questo hobby in trasmissione, cosa che attuai con suo grande piacere illustrando pure l’altra passione per l’arte e delle iniziative in corso. Posseggo copia della menzionata puntata televisiva che inserisco tra gli allegati17.
SALA DE LUCA

Dopo l’inaugurazione della sala, con l’andare del tempo, specie negli anni successivi, il Checo inaspettatamente decise di limitare il suo uso alle iniziative del comitato con la pretesa di porre veti e imporre criteri soltanto personali. Questo mi diede fastidio e mi sembrò un tradimento d’intenti. Ne parlai agli altri con chiarezza avendone solidarietà solo a parole. Beninteso lui godeva del suo diritto, ma l’atteggiamento non mi sembrava rispettoso verso chi, per anni, si era impegnato con lui e anche per lui. Per conto mio, un po’ alla volta, lasciai la compagnia, evitando di aderire alla nascita della Associazione Culturale ‘Sala de Luca’, alla quale Sghiribiz18 dedicò comunque una vignetta all’agro.

Praticamente ci siamo ‘ignorati’, necessitando l’amicizia di un sentimento condiviso. L’importante però è esserci ed avere il coraggio delle diverse opinioni. In questo senso l’altra parte è utile anche quando non è consimile (almeno ci si illude! ahahaha). Nel frattempo, era già iniziata per me la parentesi degli ‘Amici del Borgo’ con la parabola delle sue similitudini.
Siccome la frizione è dura a morire (più delle persone ovviamente), nel bel libretto commemorativo Borgo Prà e la sua sala, non risulto presente nella storia19. Ciò nonostante posseggo molti documenti in audio e video sui circa i sei anni di attività e collaborazione con quelli del Prà & C., qualcuno lazarón, secondo blasone. Non ricordare è come negare che una cosa sia mai esistita: così è bene rilevare.
NOTE
1 Borgo Prà, zona artigiana per eccellenza, è da tempo emblema di vitalità cittadina. Solo a guardare il Novecento si trovano più periodi di fecondità , vuoi in occasione del carnevale, in occasione della festa patronale di San Giuseppe, o nell’estate o settembre bellunese. I cicli sembrano avere spunti di picco ventennali, tanto che agli anni ’30 e ’50, seguono le iniziative degli anni ’70. (si vedano meglio le ricostruzioni in Tornón a l Prà (pp. 17-25). La festa maggiolina rinasce nel ‘71 col coinvolgimento della banda cittadina. La cosa si ripete nel ‘72. Dal ‘74 la manifestazione si amplia anche ad una ex tempore di pittura aperta ai professionisti e, nei successivi anni, ai ragazzi di tutte le scuole, diventando presto frequentatissima. Dagli anni ‘77 vengono invitati in piazza anche persone che praticano vecchi mestieri, cosa che farà scuola per moltissime manifestazioni del genere che diventeranno, nel Veneto, la moda degli anni Novanta. ↩
2 Ndón al Prà, Tarantola Ed., Belluno, maggio 1974; Tornón a l Prà, Belluno dicembre 1974 (per la festa del 1975); Restón a l Prà, Uniera Ed., Belluno, 1977. Sono tutte piccole ma importanti operette perché scendono nel dettaglio ed hanno un’anima sinceramente popolare. ↩
3 Romolo Dal Mas, nato a Belluno nel 1922, divenne amato maestro elementare dal ’54 e fu in seguito Direttore Didattico, carica che mantenne fino al ‘79 ovvero fino alla prematura scomparsa. ↩
4 A questo incontro ho dedicato un paio di piccole liriche che sono in N AN, a pag. 25 e 27. ↩
5 Nei Secoli, già fucina da spade e poi conceria. ↩
6 È il 26 maggio 1980 e, dopo la benedizione di Monsignor Ducoli, Vescovo di Belluno, alla presenza delle Autorità cittadine, viene inaugurata la Sala. Di seguito sarà presentato il volumetto di Mario Dal Mas, Spade Bellunesi. ↩
7 Il nome della piazza rende perfettamente il carattere del borgo e dei suoi abitanti, ovviamente generosi in tutto!. ↩
8 L’anno dopo, Grazia de Marchi e gli Amici del Canzoniere Veronese arrivano puntuali riscuotendo unanime consenso presso una folla straripante il luogo. ↩
9 Di fatto non se ne è mai neppure accorta: ah ah ah! ↩
10 Sior Luigi oltre che macellaio di vecchia sapienza, sapeva farci anche come sanser, come mediatore e, arrivato alla pensione, un giorno si mise a insegnarci come valutare un bovino e i vari ‘trucchi’ del mestiere: straordinaria esperienza. ↩
11 Al secolo Giannino Meneghel che era subentrato a Silvano Talamini. ↩
12 Negli altri negozietti d’angolo c’erano stati prima una rosticceria da pollame e la botega del scarpèr. ↩
13 La Rosa di Gerico è il cespuglio rotolante, il tumbleweed come lo chiamano negli USA, la salsola, l’anastatica, la selaginella, ma è anche la mistica rosa di Sant’Anna, la rosa delle sacre scritture e degli agganci esoterici che rimandano ai Rosacroce. ↩
14 A dire il vero, era stato Romolo, per primo, a spingere al rinnovo, vuoi come Sindaco, ma soprattutto come orgoglioso ex zarlatan dal Prà. ↩
15 Su libretto di Giovacchino Forzano. ↩
16 ‘Musica proibita’, 1884. ↩
17 [Nell’ideale progetto editoriale di Gianni dovevano esserci allegate le registrazioni delle puntate di varie trasmissioni in formato digitale, ndr]. ↩
18 È il mio pseudonimo da ‘vignettista’. ↩
19Mi consolo con Ivano Pocchiesa, altro ‘epurato’ che invece molto ha fatto per le feste degli anni a cavallo tra Settanta e Ottanta↩










