Intant a Mel la Vanda
A Mel, due ore di intervallo, si andava a mangiare al Moro, da Silvio Rui, trattore con una smisurata passione per il ciclismo ed un viso perennemente paonazzo che sembrava appena aver finito di tirare una volata. In realtà faceva pubbliche relazioni con partecipazione diretta mentre il lavoro di produzione era affidato a sua moglie, sempre stracarica di impegno, e la distribuzione a belle ragazzotte del posto tra cui, per un periodo, trionfò la Vanda, bionda, fatta bene e spigliata quanto basta per tener testa alle infinite stupidaggini a doppio senso che tutti noi le sparavamo a raffica prima, durante e specialmente dopo il pasto mentre si faceva un rapido scarabocio ad esaurire il tempo prima del rientro[1].
Resta il fatto che proprio questa sua capacità di difesa e tolleranza ce l’aveva messa in buona considerazione e seria, anche perché dei suoi possibili amanti si ventilava con invidia senza sapere esattamente chi e se in realtà ne avesse. D’altronde la sua capacità di difesa si era ancor più confermata dopo che al bar, di fronte a un mugugnamento rivoltole da Piero, che era un pedante sordomuto, collega operaio della Zanussi, gli rifilò un colossale sonoro sberlone a mano piena accompagnandolo con l’incredibile motivazione… «putana te ghe lo dis a to mare». Così verificammo che aveva idee chiare anche su altri linguaggi della comunicazione.

Indovina indovinèl (1977, maggio)
Nel maggio del ’77 esce il mio primo volume sugli indovinelli[2], intitolato Indovina indovinèl. L’introduzione dell’opera fu fatta da Agostino Perale, con cui era partita una proficua collaborazione artistica, e le illustrazioni vennero magistralmente realizzate da un altro caro amico, conosciuto da bambino sui palchi con la Compagnia d’Arte Varia (faceva il basso nel quartetto Jolly[3] ) ed ora riscoperto come pittore.

Carlo Sovilla
Carlo Sovilla, Carleto, per mio padre, che forse lo chiamava così per la similare relativa statura, dipingeva quasi sempre in penombra perché la troppa luce gli dava fastidio. Quando, con Bruno Milano, se ne andavano a ritrarre il Sud, mi raccontava dell’ombra potente degli ulivi. Eppure i suoi paesaggi preferiti erano le grave della Piave e i colli della Val Belluna, scoperti tardi assieme alle nevi, ma in tempo per lasciare traccia di bellezza nella nostra storia. La sua dote d’eccellenza è l’uso del colore che Franco Fiabane, appoggiato nel parere da Annigoni, ha definito ‘di qualità tizianesca’. Scusate se è poco. Tengo per carissime alcune nature morte, il suo forte, che sono del periodo in cui dipinse per me le tavole da inserire nel libro e che hanno la freschezza della verità. Quando andavo a trovarlo nel suo studiolo sull’Ardo, in quel del Prà, stavamo ore a spostare i quadri da un posto all’altro per riassaporarli assieme, e non parevano mai gli stessi perché, come ogni cosa eccellente, ogni ‘guardata’ era una esperienza al servizio dell’occasione successiva. A volte mi parlava dei bei tempi quando cantava nel quartetto (a volte quintetto) e con mio padre, Ginetto, e tutta la ghenga, se ne partivano a la vigliaca inventando i loro divertimenti.
L’edizione di Indovina indovinel, per il rispetto dovuto ai 2-3 anni di ricerca fatta anche attraverso la collaborazione dei radioascoltatori, fu curata da Teledolomiti che nel frattempo, grazie agli sforzi di Pocchiesa, si era espansa creando la prima TV locale[4], una tra le prime nel Veneto.
Il volume riservava un’altra novità eccentrica per l’epoca, ossia la multimedialità, garantita dalla presenza di una musicassetta allegata con le voci dei radioascoltatori coinvolti.
L’atmosfera di condivisione e collaborazione continuò con la partenza di una nuova rubrica radiofonica intitolata Magnar Rùstego che nel corso dell’anno, una volta alla settimana, mi consentiva di confrontare con le donne di tutta la provincia la persistenza dei piatti tipici sul territorio.
Le informazioni di base, dai tempi di Polenta e tocio, erano assai aumentate anche per un lavoro di ricerca fatto in collaborazione con gli alunni dell’Istituto Professionale[5] e il reperimento di altre fonti. La trasmissione si dimostrò fruttuosa anche per i regali avuti, da una nonna feltrina e da un’altra alpagotta, di due vecchi libretti con copertina scura, su cui stavano annotate a mano moltissime procedure per cuocere le vivande, piene di strafalcioni grammaticali invero, ma di straordinario amore ed efficacia. La mia ambizione era coinvolgere, per una possibile introduzione, Bepi Maffioli, eclettico gastronomo veneto, ma anche scrittore e attore. Decisi di cercare un contatto attraverso l’Accademia Italiana della Cucina (AIC) cui eravamo entrambi associati.
Non avevo comunque fretta poiché desideravo, prima, portare a termine un’altra operetta cui stavo lavorando dai tempi di A pas da zìnghen, imperniata su un tema sociale che mi stava a cuore, ossia il lavoro in fabbrica. Ero sollecitato dagli spunti quotidiani sul lavoro che mi obbligavano a rimanere sospeso tra problemi di macchine, catene di montaggio e automazioni, e dall’altra, tra persone cadute troppo rapidamente dall’agricoltura all’industria, dall’aria aperta al capannone, salvati da un doppio impegno che li faceva già individuare col nuovo epiteto di ‘metalmezzadri’.
La poesia che ne derivava era inquieta, un mix di nostalgia, rammarico, protesta e proposta assieme, che entusiasmava anche Giorgio, il quale ne tradusse qualche brano in inglese proponendo per essi degli ottimi supporti musicali.
Il risultato fu stimolante a tal punto da tentare di coinvolgere anche un poeta americano per tentare una traduzione più ‘sofisticata’. Charles Matz, docente allora all’Università di Feltre, accettò la sfida, come pure Agostino Perale, avvocato poeta bellunese, il quale si incaricò delle trasposizioni in italiano.
Il tutto si arricchì concretamente con la partecipazione di Franco Fiabane, scultore dall’eccezionale vocazione per il disegno, che non solo realizzò due significative tavole per il libro[6], ma scolpì alcune statue ispirate alle poesie che entreranno a far parte di una mostra abbinata alla presentazione del libro.

[1] La quaderna abituale era composta da Bonetti, Smali, Romagnoni e il sottoscritto.
[2] Gianluigi Secco, INDOVINA INDOVINEL raccolta di indovinelli popolari della Valbelluna, con introduzione di Agostino Perale e tavole a colori di Carlo Sovilla; 116 pp., 17×24 cm; con allegata musicassetta con voci originali; Teledolomiti Editrice, Belluno, 1977. Successivamente, nel novembre dell”89 uscirà un secondo volume riveduto e ampliato, dal titolo INDOVINA MERLO.
[3] O altro nome somigliante; non ricordo né sono riuscito a saperne di più neanche da Carletto Sovilla.
[4] Nel febbraio 1977.
[5] Il lavoro fatto con gli alunni, presso le proprie famiglie, nell’intera provincia, ha dato risultati straordinari consentendo di avere una immagine definita dei piatti casalinghi tradizionali (da festa) in voga fino alla metà del Novecento (tramite i racconti di madri e nonne). Conservo copia dei risultati, a suo tempo tirati a ciclostile, in due grandi libroni rilegati a mano e che ormai sono diventati ‘storici’.
[6] Si tratta di due bellissimi disegni. La prima tavola illustra da destra a sinistra il passaggio dalla condizione brutale a quella spirituale; fra l’altro contiene anche il ritratto dei due artisti che guardano gli altri personaggi che stanno oltre il muro della fatica. La seconda tavola illustra il mondo della tradizione e del mito.











Una risposta
Silvio Rui con il suo ristorante: un mito a Mel e sicuramente in un ampio raggio.