“Inutile strage”, oggi come ieri

109 anni fa la voce di papa Benedetto XV condannava la guerra in corso sollevando l’ira del Capo di Stato Maggiore generale Cadorna e di tanti politici europei
9 Maggio 2026
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Se qualcuno si era illuso che la minaccia atomica potesse stornare per sempre il pericolo di un nuovo conflitto mondiale, la realtà geopolitica che stiamo vivendo spegne ogni ottimismo. Ma a riportare tutti alla cruda realtà dei fatti sono soprattutto le dure e sfrontate parole di Trump nei confronti di papa Leone XIV, reo di sostenere che le armi non risolvono i problemi bensì li aumentano: una saggezza che evidentemente non piace ai potenti di turno, proprio come accadde più di un secolo fa a papa Benedetto XV e alle sue profetiche espressioni.

Nei primi giorni del primo conflitto mondiale, il 20 agosto 1914, era morto papa Pio X e il gravoso compito di guidare la chiesa spettò al cardinale genovese Giacomo Della Chiesa, eletto pontefice con il nome di Benedetto XV. “Non è capace di levarsi a grandi altezze” sentenziò subito il segretario della legazione britannica a Roma, al quale s’accodava subito il commento di un giornalista americano: “in lui non c’è né maestà spirituale né temporale”. Ed in effetti il nuovo papa, miope, mingherlino e soprannominato “il piccoletto”, non sembrava possedere il carisma dei suoi predecessori, ma in compenso seppe dimostrare un’insospettata tenacia, che lo sorresse negli otto anni di permanenza sul soglio di Pietro.

Il suo fu un pontificato segnato prima da bombe e trincee, dalla dissoluzione di quattro imperi e dalla rivoluzione bolscevica, poi dall’esplosione dei nazionalismi e dall’insorgere della questione mediorientale. Ma Benedetto XV seppe affrontare l’arduo compito guardando sempre lontano e non badando alla popolarità delle e alle molte critiche che gli piovevano addosso.

Sui libri di storia è ricordato però soprattutto per la sua “Nota alle potenze belligeranti” del 1° agosto 1917, un accorato appello rivolto a governi e popoli in guerra a “tornare fratelli” e conteneva la celebre frase “questa lotta tremenda, la quale apparisce ogni giorno di più inutile strage”. Essa però non piacque affatto ai governi, sia dell’Intesa che degli Imperi Centrali, e sollevò scherni e polemiche nelle cancellerie e nei salotti buoni di tutta Europa, accusata di non distinguere le motivazioni reali ed ideali del conflitto in corso. Per alcuni Benedetto divenne il “Papa crucco” o il “Papa boche”, ma per altri era invece il “Papa francese” perché troppo vicino al governo di Parigi. Cadorna andò ancora più in là e arrivò a chiamarlo “Maledetto XV”, accusandolo dopo la ritirata di Caporetto di aver alimentato il disfattismo tra le sue truppe.

La Nota consisteva essenzialmente di tre parti: di un richiamo alle precedenti esortazioni di pace del papa, di un invito ai governi ad accordarsi su alcuni principi fondamentali, di un appello a porre fine, mediante trattative, all’immane conflitto. Le auspicate discussioni di pace avrebbero dovuto svolgersi su sette punti basilari: libertà dei mari, limitazione degli armamenti, giurisdizione arbitrale internazionale, ritiro dai territori invasi, reciproca rinunzia agli indennizzi di guerra, esame delle questioni territoriali pendenti ai confini italo-austriaci e franco-tedeschi, esame con spirito conciliativo delle questioni territoriali riguardanti Armenia, Polonia, Romania, Serbia e Montenegro.E primieramente – concludeva la Nota – il punto fondamentale deve essere che sottentri alla forza materiale delle armi la forza morale del diritto”.

Ma va anche sottolineato il fatto che quella storica nota non giungeva certo improvvisa ed inopinata, poiché il papa già il 7 dicembre 1914 aveva avanzato la proposta di sottoscrivere una tregua natalizia sui campi di battaglia, chiedendo che “i cannoni possano tacere almeno nella notte in cui gli angeli cantano”, richiesta subito ufficialmente respinta da tutti i governi. E poi egli fin dall’inizio non aveva esitato a definire la guerra “incomparabile sciagura” e “immane flagello”, come dimostrato dall’esortazione apostolica “Ubi primum” dell’8 settembre 1914 e dall’enciclica “Ad Beatissimi Apostolorum” del 1° novembre 1914. Eppure a passare alla storia e a suscitare scandalo fu soprattutto quell’ “inutile strage”.

Se leggiamo con attenzione l’intero documento, ci accorgiamo subito che in esso lo spirito conciliativo prevaleva nettamente sulla classica distinzione fra vincitori e vinti e che per la prima volta dall’inizio della guerra venivano formulate delle proposte concrete per un negoziato. Ma non solo: Benedetto XV seppe cogliere, con visione profetica, tutte le novità emergenti sul piano internazionale, in primis i diritti inalienabili di ogni popolo e le drammatiche questioni territoriali che sarebbero rimaste comunque sul tappeto in Armenia, Stati Balcanici e Polonia. Dobbiamo insomma riconoscere che quel papa mingherlino e sottovalutato aveva già individuato le responsabilità morali e politiche con cui si sarebbero misurate nei decenni seguenti molti Paesi e diverse generazioni, compresa la nostra.

Ricordo infine che, finite le ostilità nel novembre 1918, nessuno lo volle alla Conferenza di pace di Versailles, alla quale avrebbe portato sicuramente un contributo positivo. Se qualcuno si prende la briga di leggere la sua enciclica del 23 maggio 1920 Pacem Dei munus potrà rendersi conto di quanta saggezza ci fosse nelle linee guida indicate per una vera riconciliazione fra i popoli. Anche papa Leone XIV avrebbe oggi tanto da insegnare ai plenipotenziari di mezzo mondo, ma se il presidente Trump non vuol riconoscere a Leone XIV neppure la legittima possibilità di proclamare la verità del Vangelo, come potrebbe volerlo accanto ad un tavolo delle trattative governato solo dalla legge del più forte?

Walter Musizza

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