«Siate sempre pronti a rispondere a quelli che vi chiedono spiegazioni sulla speranza che avete in voi, ma rispondete con gentilezza e rispetto, con la coscienza pulita» (1Pt 3,15).
In questo periodo la prima lettera di Pietro ci viene proposta continuamente come seconda lettura: un testo molto bello, ricco di spunti preziosi su come vivere “la vita nuova” da credenti. Destinatari, infatti, sono i cosiddetti “neofiti”, ovvero coloro che, con il battesimo, entravano a far parte della comunità dei credenti in Cristo. Dal battesimo ricevuto in età adulta scaturivano tutta un serie di comportamenti da attuare che dicessero in maniera esplicita la propria appartenenza a Cristo, in ambito spirituale, morale e sociale, come cristiani e come cittadini, abitanti del mondo.
La lettera si occupa propriamente di dare queste indicazioni comportamentali, sia per la vita di fede che per la vita di tutti i giorni, in famiglia e nella società: e se teniamo conto del fatto che allora i cristiani erano veramente un piccolo gregge, sperduto in mezzo alla galassia di popoli e di religioni che componevano l’Impero Romano, non ci è difficile immaginare quanto fosse complesso, per i seguaci di Gesù, portare avanti il loro stile di vita e professare la loro fede in modo libero, sereno e privo di pregiudizi da parte degli altri. Ecco allora che all’interno della lettera troviamo spesso delle esortazioni alla perseveranza, a non lasciarsi andare, a tenere duro di fronte alle piccole e grandi persecuzioni della vita quotidiana: il brano che ascoltiamo domenica è forse il più significativo tra quelli con caratteristiche esortative.
A partire, soprattutto, da una virtù che il catechismo ci ha fatto conoscere come una delle tre virtù teologali: la Speranza. Dice, infatti, il versetto iniziale: «Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi». In un contesto nel quale le persecuzioni e i contrasti allo stile di vita dei cristiani mettevano a dura prova la loro fede e la loro permanenza nella Chiesa, il modo migliore per resistere e per vivere bene, nonostante tutto, era quello di «rendere ragione della speranza» che albergava nei loro cuori. Ovvero, motivare il perché, nonostante tutto, i cristiani non perdessero la speranza che era possibile vivere bene anche in un mondo a loro ostile. E la motivazione, per i neobattezzati, era relativamente semplice: perché abbiamo Cristo nel cuore, e i valori annunciati nel suo Vangelo e resi evidenti dai segni da lui compiuti valgono infinitamente di più di tutti i tesori di questo mondo. Per questo, i cristiani di allora non perdevano la speranza e affrontavano il quotidiano combattimento della fede.
E i cristiani di oggi? E noi, credenti di oggi, così privilegiati rispetto ai primi cristiani da poter vivere e professare liberamente (almeno qui, nel nostro contesto) la nostra fede senza particolari persecuzioni ci siamo lasciati sfuggire dalle mani i valori legati alla nostra fede che ci sono stati tramandati dai nostri padri? Dov’è finita la speranza della quale siamo chiamati a rendere ragione? Le parole dell’apostolo Pietro acquistano una forza e un’attualità che non ci possono lasciare indifferenti, soprattutto quando ci danno delle indicazioni su come dobbiamo «rendere ragione della speranza che è in noi»: tutto questo, ci dice la lettura, «fatto con dolcezza, rispetto, retta coscienza…»: le uniche maniere per fare in modo che la speranza che abbiamo nei nostri cuori e che cerchiamo di infondere negli altri faccia trasparire una coerenza tra parole e azione di cui nessuno possa pensare male, mai. Non significa comportarsi sempre in maniera perfetta e impeccabile: significa avere dolcezza, rispetto, e retta coscienza in tutto ciò che facciamo.
La tentazione, per noi credenti, può sempre farci scivolare nel parlare e agire come se avessimo in tasca la verità. È facile diventare aspri, e non rispettare la persona in tutto l’arco del suo pensare, credere e dire. È facile che l’intenzione della nostra coscienza si inquini di ricerche personali, di presunzione falsamente religiosa. Ecco quel tratto all’insegna di «dolcezza e rispetto» ha per radice la rettitudine della coscienza, il puro amore di Dio e del prossimo. Cose queste che non crescono spontaneamente nell’orticello delle nostre giornate spesso faticose. Non per niente Pietro anzitutto ci invita: «Adorate Cristo nei vostri cuori».
Giulio Antoniol










