Omaggio a Franco (Belluno 8 settembre 1977)
Caro Franco, passavo sovente in bottega vecchia sempre con la medesima speranza di trovarti intento a modellare la creta. – Fatu che? – Mah, an cin de esercizio… satu…
Tornavi attento e pensieroso a manipolare, con quelle tue dita sproporzionatamente grandi, nudini, arlecchini, tori, tanto più magici a questo confronto da sembrare creature della pura fantasia.
Solo coll’indurire dell’argilla esse tornavano reali e concrete come la nostra amicizia che a mano a mano cresceva rinsaldata nel calore delle mille idee che ci scoppiavano dal cervello.
Ancor oggi continuiamo con questi nostri fuochi d’artificio senza vergognarci che facciano solo bum e perdano presto di colore, coscienti della bellezza dell’attimo, accaniti, come giocatori d’azzardo, a coglierne il culmine fuggente per poi spararne ancora.
Chi dice che i sogni non servono ne mendica uno per sé senza saperlo…
Così, ogni tanto, ci rimane in mano qualche cosa di solido, qualcosa che ci fa sorridere di coloro che ci credono diversi, matti o, peggio, degli illusi. Sono pesi di bronzo o pezzi di carta, non di rado ancora sporchi di fuliggine dallo scoppio; testimonianze della deflagrazione avvenuta nel nostro cielo; micce, forse, per innescare processi a catena, Dio lo voglia, di questo desiderio di vita pur non facile e faticoso ma che in cambio ti regala una speranza sempre lì per diventare certezza, che è quella di aver veramente scoperto qual è lo scopo finale… Chiamalo poco!
Esce il primo calendario AEB della coppia Secco-Fiabane (dicembre 1977)
In questo ribollire di iniziative troviamo anche il tempo, con Franco, di realizzare un calendario ‘BELUMAT’ per gli associati dell’AEB, Associazione Bellunesi nel mondo[1], che diventerà fino al 2000, salvo rare eccezioni, il dono natalizio per antonomasia della Associazione[2]. Nella ventina di edizioni tirate, abbiamo trattato la maggior parte delle tradizioni nostrane, dalla cucina ai proverbi, dai santi protettori ai modi di dire, dagli indovinelli ai giochi, alle conte, filastrocche, favole, canzoni, mestieri, poesie…
BELUMAT Galà TV (Teatro Comunale 22 dic 1977)

Alla fine dello stesso anno viene presentato al Teatro Comunale[3] anche il secondo long-play dei Belumat intitolato Belun doi, con l’immagine di copertina disegnata da Claudio Nevyjel[4].
La serata è ricca di personaggi che con noi due hanno avuto molto a che fare in passato; c’è il coro polifonico del CTG, il coro Monti del Sole, il Mago Turrini, i poeti Mirka Bertolaso e Giancarlo Dal Prà, Renato Roccon e la sua fisarmonica.

Evento straordinario, per allora, fu la ripresa e messa in onda in diretta dello spettacolo da parte di Teledolomiti, sia in radio ma, soprattutto, in televisione (bianco e nero); una cosa pionieristica, se si vuole, dato che occorse tirare tutti i cavi da palazzo Minerva al Teatro superando parecchie difficoltà. Così la provincia (erano coperte Valbelluna, Cadore e Ampezzo), poté godere di questa nuova opportunità e Ivano Pocchiesa, di una meritata soddisfazione.
La beneficenza
A proposito di beneficenza occorre dire che i Bellunesi sembrano talvolta assomigliare ai Genovesi e agli Istriani ovvero hanno il braccetto molto corto.

Avevamo preparato delle scatole praticando l’apposita fessura superiore per l’immissione della sperata pecunia (visto lo scopo); poi il tutto era stato avvolto in carta colorata per rendere più appetibile la proposta. A fine serata il cartone dei fondi appariva tuttavia pressoché immacolato. Neanche l’idea che fossero state le nostre canzoni a distrarre la gente ci ha minimamente consolato.

Mi è venuta in mente una macchietta bonaria che Licurgo faceva per solo gli amici [dato il rispetto che portava verso colui che ne dava spunto, che era Monsignor Emilio Palatini, da molti considerato Uomo Santo]. Ne rappresentava infatti un tratto di ingenua predica: «Cari frateli, c’è una coʃa che non si fa in caʃa, ma si fa fuori di caʃa, che non si fa a leto, ma a i piedi del leto, che non si fa sulla strada ma in un angolo della strada… Orbene miei frateli, cosa sarà … è la ca … è la ca… è la ca … ma è la carità!»
Giancarlo poeta vinoso
Giancarlo Dal Prà, le ‘Rime vinose’, oltre che scriverle, talvolta le praticava. Una volta io e Giorgio stavamo andando verso il trevigiano, di sera, per la strada di sinistra Piave, ed eravamo in un tratto stretto e praticato da pochi perché dissestato e percorribile solo a proprio rischio, ovvero quello tra Vas e Segusino, ma l era n scurtón[5].
Pioveva ‘che Dio la mandava’, e per questo andavamo a passo d’uomo. Improvvisamente vedemmo dei fari arrivare da dietro la curva e poi venire avanti lentamente ma inesorabilamente contro di noi.
Ci affiancammo sulla destra al muretto fermandoci in attesa del cozzo, situazione paradossale, senza paura perché chi ci stava investendo era proprio una lumaca e ci vedeva male. D’improvviso quell’auto sterzò, ci affiancò, il guidatore abbassò il finestrino e palesemente in ‘cerina’ bofonchiò a fatica: «ma séu imbriaghi a guidar cusì?»! Poi tirò su lentamente il vetro, mentre l’acqua gli entrava copiosa nell’auto, e lentamente si allontanò: era Giancarlo. Quando qualche tempo dopo gli dicemmo dell’incontro, disse, sì, che quel giorno era stato a Treviso, ma che di noi non ricordava nulla, assolutamente nulla: e che non raccontassimo balle alla gente! Giancarlo, invece, come poeta era affatto nebuloso e aveva una vena limpida e forte[6] quanto la sua generosità d’animo; penso che tra i Feltrini del Novecento sia stato il più incisivo anche se entrambi andavamo ad onorare Manlio Patt, che ci guardava dalla generazione di sopra, e se esistono altre buone voci liriche in questa terra, come quella di Federico Mimiola. Certamente è stato quello a me più caro.
Nell’ultimo ventennio ci siamo persi ed ho saputo, con dispiacere, che è mancato da poco.
La Mirca
Mirca Nalin era una donna straordinaria e avevamo stretto, dopo l’incontro di Bosco Chiesanuova, un’amicizia di vero spessore, tale da giustificare, per lei e la sua famiglia, lo spostamento per le ferie estive in Valbelluna. Aveva sette figli e un marito adeguato, Aldo Bertolaso, che le sapeva dare il quid della serenità (scusate se è poco). Perfino Biagetto Marin, quando gliela feci conoscere, idealmente se ne appassionò tanto da dedicarle molto tempo in lettere nelle quali la chiamava ‘Fiore’, riducendo ovviamente quelle della nostra corrispondenza.
La Mirca amava moltissimo la vita anche per aver avuto una gioventù difficile che gli aveva segnato il cuore. Una vena di tristezza riservata, cicatrice poco visibile al distratto, rinforzava la sua voglia di esistere che si esprimeva in entusiasmo verso i suoi cari, amici alla pari. Parlavamo spesso di poesia come di sangue vitale e perfino di morte. Tale era la nostra confidenza da fare un patto, nel caso uno dei due fosse stato colto da qualche male incurabile senza esserne messo al corrente (e l’altro lo avesse saputo), di metterci reciprocamente a disposizione la verità; ciò per non distrarci dal vivere più intensamente il tempo dato dal destino.
Quando questo malauguratamente le capitò, non a caso dopo la scomparsa di Aldo, l’andai a trovare a Brescia dove abitava e, tra tutte le chiacchiere fatte, le presentai più volte l’opportunità promessa che però non volle cogliere. Di tutte le donne che ho conosciute nella vita, Mirca è stata di quelle che più contano.
Veneziani e leggende metropolitane (1978)

Quella dei ‘Veneziani’, più che alla categoria ‘canzoni’, va iscritta a quella delle ‘canzonature’ essendo nata per celia con l’intento di mettere alla berlina un certo atteggiamento generalizzato di scarso interesse verso il bene comune, tipico di chi non lo sente proprio e lo tratta perfino diversamente dalla abitudine casereccia.
I Veneziani in realtà c’entrano solo per puro caso essendo stati presi ad esempio per rappresentare metaforicamente un popolo assai più vasto che arriva fino ai locali: quello dei maleducati, dei pieni di sé, dei presuntuosi, di chi tratta con sufficienza gli altri profittandone persino delle cose come, invece di un delitto, fosse un diritto. Qui, come alone storico, il titolo è più centrato. Resta il fatto che tra le parole stimolanti e una musichina gradevole, già sciolta in vena coi vecchi caroselli della Talmone[7], il brano è diventato famoso in tutto il Veneto tanto da generare autonome interpretazioni finalizzate al campanilismo se non a supportare suggerimenti vaghi di separatismo[8].
La rossa etichetta riportata nella foto non è certamente un’idea nostra ma di simili, verso la fine degli anni Ottanta, ne sono comparse parecchie. Nel medesimo periodo c’era gente che credeva fossimo stati denunciati per aver scritto questa canzone e ci telefonava per vedere se ciò fosse vero. Sottoscrivo invece, a scapito di questa leggenda metropolitana, che nulla è mai successo di più grave di qualche contestazione ‘paritaria’ fatta da veri e civili veneziani nei confronti dei turisti in visita alla propria città. Una risposta in rima intitolata ‘I Belumati’ mi risulta iniziata ma mai conclusa.
Anche il bilancio degli incontri annuali dei Belumat è decisamente positivo[9].
Note
- [1] Tale partecipazione consentirà a Secco di raggiungere i requisiti necessari all’iscrizione all’Albo nazionale dei giornalisti, come pubblicista (tessera d’iscrizione n.43111 del 29/01/1982).
- [2] Il binomio Secco-Fiabane realizza il calendario annuale dell’AEB affrontando ogni anno tematiche diverse. Fra le altre, i mestieri di un tempo che verranno sviluppati in 48 figure e poesie (4 litografie con 12 mestieri all’anno fatti corrispondere ai mesi (‘81, ‘83, ’84, 89’), visibili nell’Archivio Soraimarc [cerca per titolo ‘mestieret’]).
- [3] Era il 22 dicembre 1977 e il giornale locale diede ampio spazio all’avvenimento (vedi nella cartella allegata).
- [4] I brani di questo disco sono, in ordine di traccia: E la dis, Daniela, Senza parlar, L òrc ariverà, Sinistra Piave, I proverbi, Tango de la val beluna, Sa Nicolò, Nina nana, Baloni, Orazion, I Veneziani.
- [5] Solo di recente la serie di curve è stata bypassata dalla realizzazione di una galleria.
- [6] Feltrino di razza, nato nel 1927, di professione commerciante di colori, ma anche giornalista e scrittore, è scomparso di recente nel 2010. Come Autore ha pubblicato: Le rime vinose, Tip. B. Bernardino, Feltre 1972; Paveje, poesie in dialetto feltrino, W. Pilotto, Feltre, 1974; Garnei, poesie in dialetto feltrino, W. Pilotto, Feltre, 1975; N antro: lalengua, la tera, lamor, lamort, Castaldi, Feltre, 1979; Il paese dell’anima, Edizioni di San Marco, 1987; Vin da veʃin: rejote e garnei : poesie enoiche e illustrazioni di insegne di Renato Varese; Ghedina & Tassotti, Bassano, 1988; Storia di un re e di Dio, Amadeus, Cittadella, 1995; ha scritto inoltre numerosi e più recenti articoli su vari temi. Per l’Editore Teledolomiti, negli anni Ottanta, sono uscite 2 musicassette con molte poesie recitate dall’Autore, con accompagnamento musicale. Fra l’altro posseggo in archivio una puntata della rubrica TV ‘Europa in zattera’ in cui Giancarlo è stato mio ospite con Umberto Gatti che ha cantato, accompagnandosi alla chitarra, due canzoni composte su testi del Poeta, tra cui mi è piaciuta particolarmente, ‘Nono’.
- [7] Il Merendèro pubblicitario del cioccolato che chiudeva la scenetta di ‘Carosello’ col tipico intercalare: Miguel son mi!
- [8] Avevo già usato l’aria del ‘merendero’ per strofette satiriche negli anni precedenti. L’applicazione al tema specifico è risultata felice come parodia delle ‘quattro stagioni’ dedicate al vandalismo turistico e alle più comuni lamentele dei locali. Devo dire che alcune delle canzonature inventate per ‘I Veneziani’ mi sono tuttora riportate (nota del 2010) come originali per altri posti e persino in differenti dialetti; specialmente la frase: «ghe ʃéo vìpare? … parché, magnéu anca quée?».
- [9] Nel 1977: Il 10 marzo a Cortina (BL) e il 26 a Pedavena (BL). In aprile, l’11 a Santa Giustina (BL), il 23 a Pieve d’Alpago (BL), il 24 ancora a Santa Giustina (BL) e il 30 a Vellai (BL). Il primo maggio, consuetamente, a Castion (BL), l’8 a Zottier (BL), il 28 a Verona (VR). Il 29, a Borgo Prà in Belluno, per la Festa dei Marangoni (BL). Il 6 luglio a Lentiai (BL) e il 17 a Vellai (BL). In agosto: il 7 in Val di Canzoi (BL), il 10 a Tambre (BL), il 12 a Lorenzago (BL), il 13 a Lamon (BL), il 14 a Podenzoi (BL), il 20 a Santa Giustina (BL), il 21 a Valle di Cadore (BL), il 24 a Pedavena (BL), il 25 ad Agordo (BL) e il 26 a Salce (BL). Il 19 novembre furono a Lorenzago (BL). Il 22 dicembre l’anno si chiuse al Comunale (BL) con la presentazione del già menzionato secondo long play. [23 rappresentazioni nel Bellunese e una trasferta a Verona].










