6. Impara l’Arte

«Il futuro è già passato ovvero mi, Belun, i Belumat e le bele compagnie». 6a puntata
30 Aprile 2025
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Come si può evincere dalla descrizione appena fatta, io quegli attrezzi li ho visti e rivisti adoperare e anche adoperati sotto la guida di mio nonno, spesso contro il parere di mia nonna che reputava tutto come potenziale pericolo. Nono Nani, era di un’altra razza e sapeva condire ogni gesto con un motto e ogni iniziativa con un proverbio a favore o a monito. Con lui ho imparato a fare, e a vedere anche i pericoli senza necessariamente sperimentarli fino in fondo, arrivando a capire che non sempre è necessario provare per credere: così, assieme, mi sono scottato senza bruciare, mi sono tagliato senza dissanguare, ho anche pianto senza disperare, ma mi sono divertito tanto fino a capire che godere e imparare sono la stessa cosa. Esempi? Quella volta che realizzammo una nuova paretina in soffitta per ricavarci una stanzina da letto per i miei soggiorni estivi.

La paredana fu realizzata con l’anima in canèle ossia piccole canne palustri1 (con i pennacchi delle cui cime avevamo fatti scope e scopini). Una volta seccate se ne ricavavano mazzetti che servivano a tamponare un supporto di steli di canna o nocciolo intrecciati a maglia. Quindi si smaltavano i lati esterni con sabbia mista a calce e si tirava al liscio.

Fener, il ponte sul Tegorzo.

Per la calcina ero andato col nonno sui greti della Piave e del Tegorzo a cercare le pietre calcaree adatte alla trasformazione. Con la carriola ne trasportammo alcune cariche alla fornace che stava sotto la chiesa, a mezza strada tra Fener Basso e ponte Tegorzo.

Le fornaci.

Poi dovemmo aspettare che, con le pietre di altri, fosse fatta la colma e realizzata la cotta. Ricordo che ci resero altri sassi, però bianchi e leggeri. Il nonno me ne fece sollevare uno ben avvolto in un foglio doppio di giornale. Mi disse che se l’avessi toccato direttamente mi avrebbe bruciato le dita. Con cautela ne apprezzai la consistenza e la leggerezza; poi me ne tenni a debita distanza durante tutta la fase di spegnimento nella buca dove le bianche sfere si scioglievano a contatto con l’acqua versata prudentemente dal nonno e anche durante la successiva fase di mescolamento fatta con un arnese col manico lungo, una specie di rastrello tamponato, sotto l’azione del quale la calce diventava plastica e faceva ʃlurp. Una volta spenta, la calce diventava meno pericolosa e, mescolata con la sabbia della Piave se ne faceva malta o serviva, allungata con acqua, a dipingere di bianco e sanificare le pareti, le scorze degli alberi, a rigenerare il legno delle doghe marce delle botti, a conservare per lungo tempo le uova immerse con aggiunta di acqua. Esempi ne potrei fare a iosa perché ogni necessità era una occasione per imparare, vuoi a far fuoco, vuoi a far carbon di legna, vuoi a filtrare l’acqua con quello stesso carbone, vuoi a far sapone, a costruire muse, ad aggiustare la carriola, uno scuro, una porta, un piolo del galinèr (o punèr), una staccionata, tutto di tutto.

Vita in ghèto

Il ghèto era importante e all’interno di esso tutti sapevano tutto di tutti; porte e finestre sui lati esterni esistevano, ma di lì non trapelava nulla e di solito erano anche chiuse. Di giorno lo sterrato interno serviva per il transito di lavoro ma alla sera si trasformava e presso le porte delle case comparivano panchette e scagnei dove la gente si sedeva a prendere aria, a riposare, a chiacchierare, considerare, guardare… per poi ritirarsi definitivamente appena il buio diventava pesto.

Così l’ingresso principale che stava sulla strada buona, proprio di fronte al salone del monumento ai caduti, diventava accesso secondario e non si adoperava se non in occasioni rare come il funerale della mia bisnonna e un paio di visite ‘importanti’, che io ricordi. Le case si conoscevano per il nome delle donne che le comandavano. Di fianco a noi c’era la Catina e dall’altra parte la Polonia il cui nome mi faceva tanto ridere … la Polonia … sì… e l’Austria-Ungheria! 

Gheto, il muro de la Polonia.

E giù a ridere guardando questa donnona sempre vestita di nero, che governava sé e i suoi fratelli in modo così discreto che poco si riusciva a intuire per cui la sua era la casa del mistero.

Appena più in là, stava la Neta Campanera: Annetta, ovviamente così soprannominata per il suo ormai ‘annoso’ compito di recarsi alla chiesuola vicina all’ora del vespro ad esercitare la sua funzione. In fondo al ghèto c’era la casa dell’Angela, che per tutti noi era la Marcheʃina, una donna piccola di statura ma vispa e incalzante, poco timida e dotata di humor. Una volta ci sorprese perché, tranquillamente, durante una passeggiata coi suoi nipoti cui mi ero accompagnato, si sollevò leggermente la gonna, che normalmente le arrivava alle caviglie, e divaricate un poco le gambe, lasciò andare le sue acque tranquillamente dicendo che «non solo sotto il cielo piove». Ancora, quando glielo richiedevamo – e le condizioni ambientali lo permettevano – la Marchesina era sempre disponibile a replicare l’esibizione pur di farci divertire. Mia nonna, chiaramente non approvava la bravata e diceva che era un po’ ‘matta’ ma le voleva bene, si vedeva, perché l’Angela era generosa e non si tirava mai indietro quando c’era da aiutare qualcuno o fare qualcosa.

Più giù, stavano gli Iriti, che non so se si chiamassero proprio così. Credo fossero un paio di famiglie perché di loro si vedevano i figli o i parenti della mia età, che sbucavano dal grande portone di una corte normalmente ben chiusa. Il sacco del ghèto si richiudeva sulla strada principale con la casa dei Segati ossia Segato al plurale dato che vi abitavano, credo, due fratelli, che avevano una segheria e un deposito di legna più su, ai piedi del monte. Sull’altra testa, per concludere, c’era la bottega di Marcello, che vendeva camicie, bluse, tute chiamate toni – ultime novità pei lavoratori – e soprattutto stoffe perché le donne, i vestiti più facili, se li facevano tutti in casa, e quasi c’era una gara silenziosa fra tutte per far vedere la propria capacità manuale e di gusto, di chi fosse riuscita a influenzare la moda paesana. Perciò, nonostante il paese fosse piccolo, l’affollamento delle donne da Marcello era notevole, come d’altronde il suo impegno a cercare nuovi tessuti-colori-disegni per metterle in competizione. Tra i capi più significativi la travèsa da festa. Da Marcello ci andavo spesso perché mi piaceva vederlo srotolare con abilità i tessuti che sul bancone di legno provocavano uno sbattimento attutito; uno e poi ancora uno e poi un altro; e guardare gli occhi e le mani delle donne che toccavano le stoffe; e il metro di legno, da vero comandante, e la forbice gigante, il taglio accennato e poi lo sforzo e lo strappo se la trama era fine o il rumore degradante della lama a chiudere sul panno se tessuto ce n’era.

Tra le due case di testa c’era la fontana, con colonna e vasca, che ben rappresentava il punto d’unione della comunità del ghetto, meta continua delle donne che tutte armate di arconcello arrivavano per riempire i secchi da acqua, tutti di rame sottile e sbalzato e i più recenti, di banda zincata. Solo chi ha visto questo riesce a leggere la poesia dell’indovinello ‘vanno cantando e tornano lacrimando’ e a risentirne i suoni. Il getto della fontana era continuo e l’acqua, freddissima anche d’estate, allorché la vasca si riempiva di grosse angurie che appena lasciavano scorgere la loro testa verde scuro sopra il filo del liquido. Un’occhiata di fianco al peduncolo a riconoscere il segno lasciato per distinguere la proprietà e, ad una ad una, sparivano specie sul far della sera, quasi a chiudere una giornata di festa. Perché il mio ghetto si chiamasse così, non l’ho saputo fino a poco tempo fa, ma tanto vale perché oggi porta un altro nome.

  1. La cannuccia di fiume (Phragmites communis) ma anche la canna giovane (arundo donax) assurte a nuova moda come eccellenti prodotti ‘ecologici’ nella edilizia d’avanguardia! ↩︎

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Autore

  • Gianluigi Secco (Belluno, 1946-2020), si è dedicato per gran parte della vita al settore della cultura popolare e ai temi dell’identità e delle relazioni. •••
    Dalla fine degli anni Settanta è stato ideatore, produttore, conduttore e regista di rubriche radio e televisive di intrattenimento culturale (oltre 1000 ore di talk-show in diretta) sulle più importanti Emittenti trivenete. •••
    È stato autore di una trentina di volumi tra saggistica e poesia e di molti documentari in DVD video e CD audio, su temi sociali, sulla storia dell’emigrazione e sui riti della tradizione popolare. ••• È stato cantautore e anima del Gruppo Culturale Belumat (prima col duo ‘storico’, assieme a Giorgio Fornasier, I Belumat e poi con Belumat Formazione Aperta) che aveva all’attivo più di 3000 concerti in Italia e all’estero in quattro decenni di felice carriera. ••• È stato autore insieme a Giorgio Fornasier delle colonne sonore di due rappresentazioni teatrali brasiliane (16 canzoni d’Autore) scritte in collaborazione con lo scrittore e regista Josè Itaqui per la Compagnia Teatrale Miseri Coloni di Caxias do Sul (testi ‘par talian’ e in lingua brasiliana): De là de l mar e La vita zé na vaca. ••• Ha ideato e sostenuto per anni la mostra-museo errante ‘MEM’ intitolata maschere e riti dei carnevali arcaici del veneto & dolomiti, che ha proposto dal 1988 in Italia e all’Estero e che risulta essere tra le più significative del suo genere. ••• È stato il realizzatore, assieme all’amico Tito De Luca, della mostra Arca, Ararat e Armeni, allestita presso il Convento Mechitarista dell’Isola di San Lazzaro degli Armeni, a Venezia (2002). ••• È stato il realizzatore della mostra POCO, NiENTE E FANTASIA, dedicata ai vecchi modi infantili di giocare, allestita presso il Museo Etnografico di Treviso (2014). •••
    È stato fondatore e presidente dal 1998 al 2018 della Associazione Internazionale Soraimar che aveva lo scopo di mettere in relazione autori e cultori delle tradizioni popolari venete di tutto il mondo e di stimolare la salvaguardia di ogni identità culturale considerata bene fondamentale del singolo e di tutte le collettività. ••• Aveva progettato e curato dal 2002 un sistema in rete internet di Archivi multimediali della Tradizione Popolare, aperti al pubblico, gestiti per conto dell’Associazione (soraimarc) oltre che per la Regione Veneto con oltre 5.000 clip audiovisive e 15.000 schede illustrative disponibili alla consultazione del pubblico (attualmente il sito è in restyling, in attesa di nuove risorse). ••• Aveva curato direttamente alcune collane multimediali sulla cultura veneta regionale ed extra regionale tra cui quelle americane di Brasile e Messico, e quelle di cultura istro-veneta con l’edizione di un centinaio di titoli in CD audio e DVD, editi per il tramite dell’Associazione. ••• Già tecnico d’industria, è stato formatore nei Sistemi di Qualità (Total Quality) con riferimento ai settori Turistico-alberghiero ed Enogastronomico (Prodotti Tipici, Turismo cultural-gastronomico). ••• È stato noto eno-gastronomo, già consultore membro della Accademia Italiana della Cucina ed autore di alcuni volumi e di una enciclopedia multimediale sulla cucina tradizionale veneta, vincitrice, nel 1997, del premio nazionale ‘Orio Vergani dell’AIC. ••• Aveva realizzato nel 2013 il progetto ‘Mitincanto’ con l’edizione di un volume ad illustrare i maggiori Miti della tradizione popolare veneta messi in relazione con altri similari d’Italia (ad es. della Sardegna) e del resto d’Europa e con la produzione affiancata di oltre una sessantina di nuove canzoni di cui ha già scritto i testi e, di parte, anche la musica, affidando poi altri brani ai colleghi cantautori del Veneto. Da questo lavoro era stato tratto un nuovo spettacolo teatral-musicale presentato in teatri, biblioteche e sale civiche e corredato da straordinari ausiliari audiovisivi. Tra queste canzoni, quella intitolata FADA, interpretata dalla cantautrice trevigiana Erica Boschiero, ha vinto come miglior testo il Premio Parodi 2012 a Cagliari. ••• Tra l’estate 2015 e il 2018 aveva combattuto un’aspra battaglia contro un linfoma di tipo ‘Non Hodgkin B’, diffuso a grandi cellule e era stato considerato rimesso dal male dopo un complesso trattamento pregevolmente praticato con successo dall’equipe medica del reparto di Ematologia del Ca’ Foncello di Treviso.
    Aveva potuto festeggiare il suo 74°compleanno in compagnia della gran parte degli amici musicisti (7/02/2020) per poi spegnersi, amorevolmente accompagnato dai suoi familiari, a causa di un subdolo infarto intempestivamente diagnosticato durante l’inizio del primo lockdown da Covid-19.

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