Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca. Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni (Salmo 23 – di Davide).
Il Salmo 23 esprime con una bellezza e una profondità veramente uniche, una affascinante identità perché, se «il Signore è il mio pastore, non manco di nulla…». Il vero pastore è Colui che conosce anche la via che passa per la valle della morte; Colui che anche sulla strada dell’ultima solitudine, nella quale nessuno può accompagnarmi, cammina con me, guidandomi per attraversarla: Egli stesso ha percorso questa strada, è disceso nel regno della morte, l’ha vinta ed è tornato per accompagnare noi, ora, e darci la certezza che, insieme con Lui un passaggio lo si trova. La consapevolezza che esiste Colui che anche nella morte mi accompagna e con «il suo bastone e il suo vincastro mi dà sicurezza», cosicché non devo temere alcun male: questa la nuova speranza che sorge sopra la vita dei credenti.
È un Salmo molto conosciuto; forse lo ripetiamo a memoria e se non ce lo ricordiamo recitandolo, ce lo ricordiamo con il canto. Sono pochi versetti, eppure ha la pretesa di ricapitolare una storia complessa come la storia umana, vissuta nell’esperienza di qualcuno che la offre a noi come una propria testimonianza. È un Salmo di fiducia, ricco di simboli e di messaggi. La divisone del Salmo in due quadri è abbastanza semplice:
– nel primo quadro domina l’immagine del Signore-pastore che guida e accompagna l’orante con tenerezza e decisione; – nel secondo quadro subentra l’immagine del Signore che ospita offrendo una ospitalità regale nella sua tenda all’orante che, come un fuggiasco inseguito dai nemici nel deserto, si presenta a lui.
– Al centro, v. 4b, possiamo individuare la “parola-chiave” del Salmo: «Tu sei con me». Questo è il motivo per il quale il cardinale Martini suggerisce per questo Salmo un titolo più appropriato: «Tu sei con me». E, se ci riflettiamo bene, credo ci possa trovare tutti consenzienti.
Chi sono i personaggi che si muovono in questo Salmo? Sono essenzialmente due: da una parte il Signore al quale il Salmo attribuisce nove azioni: è il mio pastore – mi fa riposare – mi conduce – mi rinfranca – mi guida – è con me – mi dà sicurezza – prepara una mensa – cosparge di olio.
Dall’altra c’è il Salmista – ci sono io – che affermo: «di non mancare di nulla – di non temere alcun male – che il mio calice trabocca – che sento felicità e grazia come compagne di vita – che voglio abitare nella casa del Signore». Mi pare che già in tutto questo possiamo individuare i presupposti per un dialogo amoroso tra due persone che si vogliono bene.
Una volta sperimentati gli atteggiamenti di Dio, al fedele non resta che esprimere un solo unico desiderio: abitare nella casa del Signore per lunghissimi anni. Tutto il poema è in movimento fino al verso conclusivo. Questo avviene in maniera insolita: due volte il poeta interrompe il riposo con il cammino, quando ci aspetteremmo il contrario. Detto in altre parole, il riposo precede il cammino: il gregge si sdraia, si abbevera… e inizia il cammino anche al buio; il rifugiato mangia e beve e inizia un cammino scortato per ogni evenienza. Fino a giungere alla Casa del Signore. E allora si alterneranno cammino e sosta, cammino e dimora, gregge ed ospite tutta la vita, per i giorni senza fine. Il Signore applica pienamente le leggi della cordialissima ospitalità orientale: profuma la testa agli invitati, offre la coppa spumeggiante dell’amicizia, prepara una mensa che, indicando protezione e vincoli di reciproca assistenza, diviene asilo inviolabile contro i nemici e le ostilità di ogni genere. Il Signore quindi «si cinge, ci fa mettere a tavola, e si presenta per servirci». È quanto ci aspetta, se ci manterremo alla sua sequela.
Giulio Antoniol










