Quarant’anni fa il disastro di Chernobyl: la nube radioattiva, il primo convoglio e i bambini accolti

Salomoni (Help for Children Veneto): «Abbiamo trovato uno Stato segnato dalla povertà: poche auto, vecchissime, spesso senza neppure il fondo dove appoggiare i piedi». Nella foto, alcuni bambini ospitati a Belluno nel 2005
26 Aprile 2026
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Quarant’anni fa, nella notte del 26 aprile 1986, il disastro di Chernobyl: l’esplosione del reattore 4 e la nube radioattiva. Poi la solidarietà veneta: dal primo avventuroso convoglio umanitario nel 1997 alle migliaia di bambini bielorussi ospitati nel territorio per i soggiorni terapeutici. Ve lo abbiamo raccontato nel numero 17 de L’Amico del Popolo del 23 aprile 2026. Di seguito trovate un estratto dell’articolo a cura di Irene Dal Mas. Per leggere l’approfondimento completo è possibile acquistare L’Amico del Popolo in edicola oppure abbonarsi scrivendo a segreteria@amicodelpopolo.it.

Quarant’anni fa Chernobyl: la nube tossica, il convoglio e l’ospitalità ricambiata

Quarant’anni fa, il 26 aprile 1986 all’1.23, esplodeva il reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl. Una tragedia lontana nello spazio e nel tempo, quando esisteva ancora l’Unione Sovietica, ma arrivata rapidamente fino al Veneto e al Bellunese su due fronti. Il primo, immediato, è stato la paura per la nefasta “nube”, così veniva chiamata sulle pagine de L’Amico del Popolo nei giorni immediatamente successivi al disastro, che minacciava l’Europa.

Così, mentre nel territorio dell’attuale Ucraina, luogo dell’esplosione, e in Bielorussia — lo Stato più colpito dalle radiazioni — la situazione era drammatica e lo sarebbe stata a lungo, tra morti neonatali, tumori e una povertà aggravata dall’embargo su prodotti considerati contaminati, in Italia si diffondevano raccomandazioni a limitare il consumo degli alimenti più a rischio, come latte e insalata, e a evitare l’esposizione alla pioggia. A fare paura era la nube radioattiva che si avvicinava.

Ma da Chernobyl, qualche anno dopo, è partita anche un’altra “nube”, silenziosa e duratura, arrivata fino a Belluno. Forse è più giusto chiamarla scia: quella della solidarietà. Una scia che, fino alla fine del 2019, ha portato tanti bambini bielorussi nella nostra provincia grazie ai soggiorni terapeutici in ambienti non contaminati: periodi di un mese o più, pensati per ridurre la quantità di cesio assorbita dall’organismo. Per rispondere all’emergenza e prevenire le conseguenze delle radiazioni è nata l’associazione Help for Children, prima a Brescia e poi anche in Veneto, Belluno compreso, arrivando dal 1996 ad accogliere nel Triveneto oltre 11 mila minori.

Il primo convoglio umanitario

«Nel 1997 il nostro primo convoglio umanitario è stato un’odissea», racconta Renato Salomoni, presidente dell’associazione. «Siamo partiti da Brescia con 37 mezzi tra camion, furgoni, camper e pullman, carichi di aiuti. Ma senza radio e con pochissimi telefoni. Bastava un semaforo per perdersi, come è successo a Varsavia, dove abbiamo perso un intero giorno solo per ricompattarci».

Alla fine siete arrivati alla frontiera, dove vi attendevano 12 chilometri di coda. Solo un lasciapassare diplomatico ha evitato che restaste fermi per giorni. Una volta entrati nel Paese, cosa avete trovato?
«Uno Stato segnato dalla povertà: poche auto, vecchissime, spesso veri rottami senza neppure il fondo dove appoggiare i piedi. E poi alberghi disastrosi (molti di noi sono tornati a casa con i pidocchi) e appena tre ristoranti in una città da 600 mila abitanti, senza insegne, con pasti da prenotare e pagare in anticipo perché il cibo andava acquistato sul momento».

Questo nei centri urbani. E nelle campagne, invece, com’era la situazione?
«A 20 km dalla città ti trovavi catapultato indietro di decenni. Non c’era la corrente elettrica, né l’acqua corrente, se non in colonnine lungo le strade dove, a tratti, ci si poteva rifornire. E in inverno le temperature scendevano fino a -30 gradi».

Eppure, in mezzo a tutta questa povertà, ciò che più sorprendeva era altro…
«Ciò che più sorprendeva era l’ospitalità straordinaria delle persone: ci accoglievano e ci preparavano da mangiare. Ma sapevamo che ciò che ci offrivano quel giorno, per loro sarebbe bastato per una settimana. È questa, più di ogni difficoltà, l’immagine che ci è rimasta».

E voi avete restituito quell’ospitalità con altri convogli umanitari, con interventi sul territorio e lavori di ristrutturazione di istituti, scuole e asili. E soprattutto con l’accoglienza dei bambini negli anni successivi. Come funzionavano i soggiorni terapeutici?

di Irene Dal Mas

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