Mukhtar ha trovato la morte lungo una discesa troppo buia, un sabato notte di due settimane fa, quando in bicicletta tornava a casa a Limana, terminato il suo turno serale di scaffalista in un supermarket della Veneggia, quartiere di Belluno. Dieci chilometri. A Baldenich i lampioni spenti sulla discesa, una buca o uno scalino, chissà. Il volo contro un muro. La fine.
Mukhtar Dowh aveva 34 anni ed era venuto in Italia dal Sudan con una speranza: ricostruirsi quella vita che nel proprio Paese gli era stata negata. E, invece, vi ha trovato la morte. Era uno dei tanti lavoratori stranieri attivi nelle nostre città, “invisibile” ai più, come l’insidia che quella strada nascondeva. «Ennesima vita spezzata – accusa il sindacato – dentro quella zona grigia che troppo spesso viene ignorata: quella dei cosiddetti infortuni “in itinere” legati al lavoro povero, precario». Incidenti “in itinere”: un soave latinismo che derubrica la morte sul lavoro, ne sposta luogo e responsabilità, distraendo l’attenzione dal fatto che la vittima, comunque, andava o tornava dal lavoro. L’incidente, così, diventa accidente, opera di un destino cinico e baro.
Le statistiche reali dicono che sono tanti, troppi coloro che perdono la vita sul lavoro, o ancor prima di arrivarvi, o appena dopo esserne usciti. Dal report dell’Osservatorio indipendente di Bologna Morti sul lavoro, che da 18 anni tiene il tragico conto delle “morti bianche”, al 17 aprile scorso, risulta che dall’inizio del 2026 i morti sul luogo di lavoro sono stati 299, più 85 i deceduti “in viaggio”, che fanno in tutto 384, cioè ben oltre tre vittime al giorno. I numeri registrati dall’Inail sono più bassi, ma solo perché non contano tutti quelli “ignoti”, deceduti nella zona d’ombra del lavoro nero, un “sommerso” che, dai campi di pomodori ai cantieri edili, spesso moltiplica le vittime per carenza di tutele e sicurezza. Morti ammazzati, più che per incidente, dovremmo dire.
Le chiamano “morti bianche”, come se fossero fatalità senza responsabili. È uno dei paradossi più evidenti del nostro tempo: nell’epoca dei diritti e delle tutele, dopo decenni di conquiste sindacali, nel nostro Paese le condizioni dei lavoratori peggiorano. Nessuna categoria è esclusa. Basta parlare con un insegnante per capire cosa significhi una “classe pollaio”; basta avere un figlio che abbia fatto il rider o lavorato in un call center per vedere lo sfruttamento dei lavoratori precari, formalmente autonomi, ma senza reali tutele. Lo stesso vale per i magazzinieri della logistica, controllati digitalmente, o per chi lavora in edilizia in subappalto, spesso senza adeguate protezioni. E nei campi, al Nord come al Sud, c’è chi lavora per pochi euro l’ora per sostenere la nostra filiera alimentare.
Un tempo le miniere erano il simbolo dello sfruttamento. Oggi nuove “miniere” a cielo aperto inghiottono nuovi lavoratori. E si risparmia su tutto, anche sulla sicurezza. Così, nell’era dello smart working, aumentano i lavori gravosi, usuranti. Se un tempo si diceva “lavorare meno, lavorare tutti”, oggi si lavora troppo, e in meno, e qualcuno continua a perderci la vita. Raccogliendo pomodori sotto il sole spietato d’agosto, o inghiottito dalla fredda notte, lungo una strada troppo tenebrosa.










