Partì senza sapere dove andava

28 Febbraio 2026
1991

Immaginate d’aver passato da dieci anni il limite normale per l’età pensionabile. È tempo finalmente di potervi riposare e rilassare. Vivete in una grande città dove tutto è a portata di mano e vicino a voi avete tutti i vostri parenti e gli amici di lunga data. Improvvisamente Dio appare e vi dice di fare le valigie, di sradicare la vostra vita, e vi chiede di partire verso zone selvagge non civilizzate. Questo è ciò che accade ad Abramo in Genesi 12. Lui vive in Mesopotamia, la culla della civiltà. Ha 75 anni e come sua moglie non sta certo diventando più giovane. Lui non conosce nemmeno il nome del Dio che lo chiama. Voi non pensereste di “discuterne” un po’? No, non Abramo. Il Genesi non ci parla di nessuna discussione, di nessun “sì, ma…”.

Con un impeto eufemico il Genesi dice semplicemente «Abramo partì, come il Signore gli aveva detto». Questa sì che è fede. Abramo sente un comando da un Dio che non può vedere, crede che questo Dio sappia bene di cosa sta parlando, e inizia un viaggio verso chissà dove. Pensate a quanto dice Paolo: «camminiamo nella fede non nella visione». Ecco perché Abramo è il grande modello di fede del Primo Testamento. La fede non è solo credere. È anche camminare.

La seconda domenica di Quaresima presenta l’episodio della Trasfigurazione di Gesù. Un messaggio unitario delle tre letture lo possiamo cogliere nel tema della vocazione.

La storia di salvezza, che inizia con la vocazione di Abramo trova in Gesù il suo punto culminante, come attestano Mosè ed Elia sul monte della Trasfigurazione, e prosegue nei tempi della Chiesa. In Genesi, la vocazione si esprime nei suoi effetti come uscita, come esodo: essa mette in cammino Abramo che «partì senza sapere dove andava». L’immagine della vocazione come viaggio è suggestiva: è necessario anche per intraprendere e portare a compimento la vocazione ricevuta servono fiducia, desiderio, coraggio, perseveranza.

Ma se la narrazione di Genesi presenta la vocazione come inizio, inizio primo, il vangelo la presenta come nuovo inizio. Alla Trasfigurazione di Gesù sono presenti tre discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, a cui viene rivolto dalla voce divina il comando di ascoltare Gesù: «Ascoltatelo». Essi che, non erano stati in grado di ascoltare e recepire le parole rivolte loro da Gesù circa la necessità della sua passione e morte, si vedono rinviati, come in un rinnovamento della vocazione, a quell’ascolto che solo fonda la fede e rende possibile la sequela, il cammino dietro a Gesù che non si sa dove possa condurre. Nella Trasfigurazione la vocazione appare mediata dalle Scritture rappresentate da Mosè e Elia, la Legge e i Profeti.

La vocazione è dunque inizio, ma anche nuovo inizio. Anzi, il sì detto alla propria vocazione necessita di essere ridetto quotidianamente, così che ogni giorno è re-inizio del cammino del credente. Questa è la «vocazione santa» dei battezzati di cui parla la seconda lettura: vocazione che rende partecipi di una storia che fa del credente un testimone. Pertanto, la vocazione non è un momento, ma una storia che agisce sul credente e ne plasma la santità se lui accetta di perseverare in essa.

Questa voce del Padre portiamola con noi nelle nostre giornate, nella nostra vita: «Egli, Gesù, è l’amato, è il prediletto. Ascoltatelo! Seguitelo!». Da lui, uniti a lui, lasciamoci condurre. Usciamo da tutto quello che ci frena, da tutto quello che ci rinchiude, da tutto quello che ci rallenta nel nostro cammino e lasciamoci aprire alla meravigliosa speranza, alla luce nuova che Gesù porta nelle nostre vite.

Giulio Antoniol

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Una risposta

  1. Mi pare che come Abramo è chiamato a compiere per fede un viaggio senza meta, allo stesso modo Pietro, ma anche Giacomo e Giovanni, sono invitati a lasciare una loro maniera di pensare Dio e a lasciarsi introdurre in quella pasquale. È la fede che noi stessi non dobbiamo permettere vacilli nella sofferenza e nella prova.

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