Il Pontificato che non ti aspetti

L'editoriale del giornalista Giovanni Ferrò, per il primo anno di papa Leone XIV, sul numero 19 dell'Amico del Popolo del 7 maggio 2026
8 Maggio 2026
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Non l’abbiamo visto arrivare. Eppure, oggi, a un anno di distanza dalla sua elezione, Leone XIV è forse la personalità di maggior prestigio morale al mondo. Era la stessa cosa per il suo predecessore, papa Francesco. Il fatto stupefacente in questo caso, però, è la “rimonta”: nei primi mesi di pontificato, infatti, pochi avrebbero scommesso su una tale popolarità di Robert Francis Prevost. Troppo diverse l’indole e lo stile rispetto a Bergoglio: Leone non è un mattatore davanti alle telecamere, non usa fantasiose frasi a effetto, non spiazza con gesti “fuori dal protocollo”, è certamente più compassato e schivo.

Ciononostante, dopo la “rivoluzione a passo di tango” innescata da papa Francesco, anche “l’andante con brio” del mezzofondista Leone ha conquistato i fedeli cattolici e l’opinione pubblica mondiale. Perché? Qual è, insomma, il suo ingrediente segreto? Dovendo sintetizzare, di ingredienti ne trovo almeno tre.

Il primo mi pare la serena fermezza con cui esercita il suo ruolo e la sua autorità spirituale. Lo si è visto in maniera trasparentissima in occasione dell’attacco scomposto che gli ha mosso il presidente Donald Trump. «Non è mia intenzione fare un dibattito» con la Casa Bianca, ha detto Leone. Però, ha aggiunto subito dopo, «io non ho paura dell’amministrazione americana». Lapidario. Meglio ancora: «Disarmato e disarmante», come la pace che invoca ogni giorno. In un mondo di gorilla che si percuotono il petto, in cui sembra si faccia a gara a chi ruggisce più forte, la postura mite ma solida di Leone XIV ha il sapore naturale del Vangelo.

Il secondo ingrediente è il valore della parola: per capire e apprezzare papa Prevost abbiamo dovuto fare attenzione a ciò che diceva, non al modo in cui lo diceva. Siamo dovuti andare a riascoltare o a leggere il testo dei suoi discorsi. Ragionamenti complessi e frasi di sapore quasi shakespeariano, tipo quella pronunciata durante il recente viaggio in Africa: «Il mondo è devastato da una manciata di tiranni, eppure è tenuto insieme da una moltitudine di fratelli e sorelle solidali». Sembra l’Enrico V, in versione anti-militarista e un tocco di teologia latinoamericana. Con questo suo modo di fare, Leone ha rivalutato la “fatica del concetto”, attitudine quanto mai aliena in una società abituata a campare di reel di pochi secondi sbattuti alla rinfusa sui social media. Una testimonianza necessaria e controcorrente. Di cui tanti, là fuori, sentivano evidentemente il bisogno.

Il terzo ingrediente, infine, è la capacità di ascolto. Magari non sembra, ma nelle relazioni ecclesiali si tratta di una componente essenziale, di cui si vedono immediatamente i risultati. Perché ascoltare significa anche non mettere sempre se stessi al centro, “relativizzare” il proprio punto di vista, lasciare spazio all’altro. E così facendo, coinvolgere, armonizzare, creare consenso, apprezzamento, legami di stima e di fiducia.

Papa Leone ha fatto propria l’agenda e il vasto progetto di riforme avviato da Bergoglio, ma ha scelto di portarle avanti percorrendo la sua strada. «C’è un tempo per demolire e un tempo per costruire», dice il libro di Qoelet. E questo è il tempo di Robert Francis Prevost.

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