L'Amico del Popolo digitale

architettura sacra Alpi e Nepal stessa cultura dell’accoglienza A pagina 7 Anno CXVII - N. 51 - 25 dicembre 2025 redazione@amicodelpopolo.it www.amicodelpopolo.it lamicodelpopolo1909 0437 940641 339 2743205 lamicodelpopolo amicodelpopolo.it Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/203 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1 comma 1, CSS BL - Tassa pagata/Taxe perçue - Giornale locale ROC Una copia € 1,40 ISSN 2499-0744 belluno feltre Uno skatepark in città, sotto il Ponte degli Alpini A pagina 14 ampezzo cadore comelico Pivirotto: Sydney, l’attentato uno shock A pagina 29 agordino Follador-De Rossi per Eduscopio la qualità è al top A pagina 35 longarone zoldo alpago Ivo e Claudia, da Selva di Cadore al Brasile A pagina 36 astronomia Un’agordina scruta le stelle alle Canarie A pagina 48 daL 1909 51/2025 Il giornale delle Dolomiti Bellunesi l’intervista Enrico Gaz, esperto di diritto amministrativo, ha dialogato con L’Amico del Popolo in un’intervista ospitata nel Dolomiti Media Space di piazza dei Martiri a Belluno. La legge di attuazione dello statuto regionale, che prevede addirittura l’autogoverno per il territorio bellunese, è come congelata. Anno nuovo, nuova legislatura veneta: tempo di riprendere il filo del discorso. E secondo l’avvocato Enrico Gaz si potrebbe ripartire proprio da un provvedimento della giunta che definisca le competenze, tutte le competenze bellunesi. A pagina 5 Dolomiti bellunesi Specificità? «Al grezzo avanzato» L’editoriale per natale diamo e diamoci luce Qualche sera fa rientravo dal Comelico attraversando poi il Cadore. Ero attratto dalle mille piccole luci che splendevano nel buio delle ultime ore di quel giorno. Ammirato di questo paesaggio ormai immerso nella notte ma brulicato di tanti punti luminosi, mi sono detto: sembra tutto un “presepio”! Immagino proprio così il Natale, in questo fine d’anno che ancora non ci offre la luminosità della pace nel mondo: un brillare di innumerevoli lucignoli sparsi dappertutto. Sembrano prevalere le tenebre che producono la notte, ma in seno ad esse sono accese già un’infinità di fiammelle. Il Natale, come buona e lieta notizia, è annunciato con questi stessi simboli nei Vangeli: «La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta» (Gv 1,5). Penso che il mio sguardo non poteva che cercarli per lasciarsi sorprendere ulteriormente. Era un disegno di fuochi che spuntavano qua e là, a volte addensandosi, spesso precipitando nel buio che pareva conquistarli e avvolgerli. Ed ecco, possiamo raccontare che il Natale del Signore ha acceso dappertutto scintille di luce. Ci siamo anche tutti noi, umanità brancolante nell’oscurità, ma già raggiunta da piccole e umili luminosità, che veicolano una promessa di luce infinita: «Veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9). E con tutto questo «ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). Nell’Anno Giubilare che in queste ricorrenze natalizie si compie, ci siamo allenati come “pellegrini di speranza”. Non siamo giunti alla meta, ma siamo addestrati a sperare “di luce” e “nella luce”. Certamente per noi cristiani questa luce ha un nome: Gesù, «egli infatti salverà il suo popolo» (Mt 1,21). Nella preghiera liturgica, in questi giorni di Avvento, egli è stato chiamato «primogenito di una moltitudine di fratelli e sorelle». Ma come la luce che, accesa e splendente, non si fa esclusiva e non si contorce in se stessa, il suo illuminare si sparge ovunque e raccoglie raggi di luce ovunque possano insorgere e irradiarsi. È il Natale di Luce che ci convoca tutte, tutti e tutto a sperare: diamo e diamoci Luce, tutta quella che scopriamo e intravediamo, che riceviamo e portiamo, che accendiamo e riconosciamo! * vescovo di Belluno-Feltre di mons. Renato Marangoni* «robe che conta» Lo slittino modello anni Cinquanta, al fério in dialetto, uscito dalle mani di Bepi Caneve di Bastia, su richiesta del cognato Graziano Tollot di Farra. A pagina 37 Costruirli coinvolge grandi e piccoli, trasmettendo memoria, vita e valori Una montagna di presepi Ma anche di storie di vicinanza e attenzione, come quella di Antenna Anziani In tutti i paesi della provincia di Belluno, dalle frazioni più piccole ai centri più grandi, vengono realizzati presepi per celebrare la nascita di Gesù. Costruirli coinvolge grandi e piccoli, trasmettendo memoria, vita e valori. Le mani dei bambini posano statuine; quelle dei grandi sistemano luci e decorazioni, riscoprendo la bellezza dei gesti semplici. In un’epoca in cui il Natale rischia di diventare consumo, il presepe resta simbolo di incontro, relazioni e speranza attorno al Bimbo che nasce, donando un senso autentico alla festa. E il Natale è fatto anche di vicinanza e attenzione. L’associazione Antenna Anziani, attiva da 20 anni a Belluno, distribuisce panettoni e, soprattutto, tempo e ascolto agli anziani soli. Volontari entrano nelle case, condividono storie, creano legami autentici e aiutano a mantenere dignità e autonomia. Il regalo più grande è la presenza, non l’oggetto. Alle pagine 2, 3 e 10 VALBELLUNA - La prima domenica di Avvento è stato inaugurato il Parco dei Presepi nel giardino della scuola dell’infanzia «don Modesto Sorio» di Bribano. L’allestimento, ispirato al Presepe di Greccio ad Assisi, è il risultato del lavoro svolto dai bambini insieme alle famiglie, con il supporto di insegnanti e volontari.

2 . tra attesa e riflessione: il valore L’Amico del Popolo 25 dicembre 2025 - n. 51 Ed. L’Amico del Popolo Srl Direzione, Redazione e Amministrazione piazza Piloni 11, 32100 Belluno Direttore responsabile: Alberto Laggia Tel. 0437 940641 Fax 0437 940661 redazione@amicodelpopolo.it Sito Internet: www.amicodelpopolo.it WhatsApp 339 2743205 Abbonamento: annuale € 60,00; biennale: € 110,00; sostenitore € 75,00; benemerito € 85,00; semestrale € 40,00 digitale € 30,00 segreteria@amicodelpopolo.it Pubblicità: piazza Piloni 11, 32100 Belluno, Tel. 0437 940641 pubblicita@amicodelpopolo.it Tariffe: Avvisi commerciali € 25,00 a modulo; Avvisi legali a preventivo; Necrologi da € 40,00 C.c. postale 11622321 - IBAN: IT29G0200811910000003779087 Iscr. Tribunale Belluno n. 2 del 10/12/1948 e al nr. 986 R.O.C Stampa Centro Servizi Editoriali srl, Grisignano di Zocco (Vi) Sped. abb. post. 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Si vede qui accanto. Nel giro degli anni, ogni Natale è il compleanno di Gesù. Celebrazione di un bimbo che nasce. Evento ricordato da oltre due millenni. È possibile celebrare questo compleanno senza persone e cose vive? Una stretta al cuore. Un dubbio forte. Al posto di un Bimbo che rinasce, le finte immagini di babbi natale che s’infilano dovunque, per celebrare i consumi, non una vita nascente. Peggio. Le persone si trasformano in babbo natale, incarnando un’immagine inventata per tutt’altri scopi. Nulla a che fare con il messaggio di un Bimbo che nasce. Lo penso però con rispetto per chi se ne veste per creare incontro e festa. Ogni festa di compleanno esige la presenza di chi lo celebra. Altrimenti che festa è? Dubbio e stretta al cuore. Il Natale rischia d’essere una festa di consumo, che ha tolto di mezzo il Protagonista. Invece costruire il presepio, per celebrare la nascita di Gesù, coinvolge le manine dei piccoli che posano le statuine, le mani dei grandi che maneggiano luci, le riserve d’ingegno per trovare abbellimenti provenienti dalla natura, dai boschi. E la gioia dei ricordi passati di generazione in generazione, volta a creare qualcosa di bello e di vivo. Perché di trasmissione di vita si tratta. La vita fragile di un bimbo che nasce, di quel Bimbo che nacque, il 25 dicembre. E cambiò la storia, poiché diede la vita sopra un legno di tortura, la croce. Un legno, un tempo con linfe di vita, che lo ospitò alla nascita. E lo fece per dare salvezza. Costruire il presepio è costruire la vita intorno a quel Bimbo. Generare un bimbo intorno a quel Bimbo è speranza di vita per sempre. E la vita genera incontri e relazioni. Incontro con i pastori custodi di animali, custodi della notte, fiduciosi nel cielo. Incontro con i visitatori occasionali. Relazione d’appartenenza tra umani. Incontro con il pianto e riso, perché il bisogno soddisfatto è segno di mancanza e pienezza. La vita è prima di tutto un dono. Spesso insperato. Dono di nascita, vita, morte e risurrezione. Gigetto De Bortoli ZOLDO - Un particolare del presepe nella Chiesa di San Valentino a Mareson. Si trova sull’altare della Santa Croce di Andrea Brustolon. SEDICO - Il Parco dei Presepi, nel giardino della scuola dell’infanzia «Don Modesto Sorio» di Bribano. L’allestimento è ispirato al presepe di Greggio. PEDAVENA - Uno degli originali presepi esposti lungo il percorso (che conta 130 allestimenti) tra le frazioni di Teven, Travagola e Facen. ALPAGO - La Natività del presepe allestito nella chiesa di Farra. Il gruppo di lavoro è diverso di anno in anno, in quanto è composto dai ragazzi e dalle ragazze che nel corso dell’anno sono diventati maggiorenni e che quindi hanno compiuto il diciottesimo anno di età. LONGARONE - Uno scorcio del presepe animato ospitato nella Cripta de manufatto è frutto della genialità di Vittorio Bettio, che nel 1950 realizzò i

3 . autentico di ciò che celebriamo L’Amico del Popolo 25 dicembre 2025 - n. 51 Buone Feste! Nuova Renault Clio 6 Scoprila da Dal Pont a Belluno sentano la Natività è azione volta a creare qualcosa di bello e vivo ta attorno al Bimbo e riserve d’ingegno per trovare abbellimenti da natura e boschi AGORDINO - Il presepe realizzato sul muretto della strada, a Lantrago di La Valle. (M.G. Romanelli) CADORE - Il grande presepe animato di Laggio. (Facebook, Laggio «Lajo» di Cadore) ella Chiesa arcipretale di Castellavazzo. Il il suo primo presepe meccanico.

L’Amico del Popolo 25 DICEMBRE 2025 - N. 51 5 Per l’attuazione dello Statuto regionale BELLUNO - Enrico Gaz, avvocato amministrativista, a colloquio con L’Amico del Popolo a «Il Tedoforo». La trasmissione viene registrata nel Dolomiti Media Space di piazza dei Martiri, allestito da Confindustria Belluno Dolomiti con il patrocinio di Fondazione Milano Cortina 2026. di Luigi Guglielmi UN VAJONT OGNI DIECI ANNI. UNA STRAGE SILENZIOSA UN LIBRO PER RICORDARE QUELL’OLOCAUSTO DIMENTICATO INFO E ACQUISTI ASSOCIAZIONE BELLUNESI NEL MONDO via Cavour 3 Belluno Tel. 0437 941160 edizioni@bellunesinelmondo.it Intervista a Enrico Gaz, esperto di diritto amministrativo L’edificio della specificità della nostra provincia? «È al grezzo avanzato» «Abbiamo qualcosa di unico, ma risulta ‘‘congelato’’» «Direi che siamo al grezzo avanzato». Risponde così Enrico Gaz, avvocato esperto di diritto amministrativo, se gli si chiede a che punto è la costruzione della «specificità» della provincia di Belluno in seno all’architettura normativa della Regione del Veneto. Fine 2025, tempo di bilanci e tempo di guardare avanti, al nuovo anno che inizia, alla nuova legislatura regionale. A quello che è stato fatto e a quanto può e deve ancora essere realizzato. «Quindi, l’edificio c’è», spiega Gaz: «ci sono le fondamenta, che sono costituite dallo statuto regionale, ci sono i muri perimetrali, che a mio parere sono rappresentati dalla legge regionale numero 25 del 2014. Manca tutto il resto, quasi tutto il resto, cioè manca il lavoro interno, il lavoro di rifinitura diciamo, che è un lavoro poi anche molto complesso, perché nei dettagli si rischia anche di perdersi». Occasione dell’intervista a Enrico Gaz è stata il programma «Il Tedoforo», realizzato nello studio temporaneo Dolomiti Media Space a Belluno in piazza dei Martiri, realizzato da Confindustria Belluno Dolomiti con il patrocinio di Fondazione Milano Cortina 2026. Al di là delle telecamere, Stefano Campolo e Stefano Dall’O. «Qualcosa di importante è già stato fatto, perché la legge del ’14 rimette ad un’attività non più legislativa, non più del consiglio regionale, ma della giunta. Parliamo della decisione sulle competenze specifiche che devono formare i contenuti dell’autogoverno bellunese. La legge 25 del 2014 parla proprio di autogoverno bellunese». E che scelta fu compiuta dalla giunta? «Ecco, non di produrre un pacchetto completo, ma di portare avanti un’azione frazionata. In questo modo il percorso si è dilatato nel tempo e non risulta ancora completato. Quindi, se dovessi dire, lo stato del ‘‘cantiere’’ ora richiederebbe una certezza su questo fronte». Ci sarebbe già di che produrre un ‘‘testo unico’’ con le competenze bellunesi previste da statuto regionale e legge 25? «Allora, il testo unico arriva quando esistono già tutte le previsioni normative e il problema è solo di riordinarle, unificando testi che già esistono, qua e là. Ma noi in questo momento abbiamo solo una parte dei testi, ne mancano degli altri. Io vedrei come prima urgenza proprio quella di completare questo chiarimento sulle competenze, qualunque esso sia. Potrà anche non soddisfare o creare delle delusioni, ma è importante avere una certezza perché, appunto, la casa possa essere completata e si sappia dove si va ad abitare». Ripartiamo da qui, dunque, nel 2026, dalla definizione delle competenze da devolvere al territorio bellunese? «Io tornerei a sensibilizzare sia le amministrazioni locali, sia l’amministrazione regionale su questa esigenza: fissare in maniera definitiva i contenuti della specificità, le competenze, insomma, bellunesi. Chiamo in causa le amministrazioni locali perché la legge del 2014 ha eletto il consiglio degli enti locali bellunesi - che è previsto dallo statuto della nostra Provincia - come la sede in cui pensare queste cose». Dunque abbiamo già anche la ‘‘stanza’’ in cui riunire il laboratorio. «Certo». Una situazione di questo genere, con uno statuto regionale che prevede la specificità di una singola provincia, e una legge attuativa che per essa parla addirittura di autogoverno, l’abbiamo in altre regioni d’Italia? O è qualcosa di unico? «Unico, naturalmente se tralasciamo le province autonome. Con un po’ di campanilismo, è qualcosa di cui essere realmente orgogliosi, purtroppo ‘‘congelato’’ perché non vi era certezza sul destino della Provincia». Guarda l’intervista

7 L’Amico del Popolo 25 dicembre 2025 - N. 51 Architettura gentile Nella storia dell’architettura religiosa rurale, il portico (o pronao), talvolta addossato alla facciata della chiesa, svolgeva una funzione cruciale come zona di transizione tra il mondo esterno e lo spazio sacro interno. La chiesa non era solo luogo di culto, ma vero fulcro della comunità e punto di riferimento nel paesaggio rurale: essa, infatti, scandiva i cicli stagionali del lavoro e accompagnava le tappe fondamentali dell’esistenza, dalla nascita alla morte, in una società profondamente radicata nella fede cristiana. Le chiese e le cappelle di piccole dimensioni, diffuse nelle campagne e nelle colonie agricole, assolvevano anche un ruolo pratico e sociale ben definito: oltre a fungere da oratori, offrivano un luogo di riparo e di sosta per contadini e pastori che operavano lontano dalle loro abitazioni, e consentivano pernottamenti provvisori a viandanti e pellegrini. Il pronao, in particolare – lo spazio coperto che precede l’ingresso principale della chiesa, sostenuto da colonne o pilastrini – era l’elemento architettonico deputato a questo uso. Più in generale, questi portici diventavano anche veri e propri spazi civici: qui si radunavano i capifamiglia dei villaggi per discutere questioni comuni, come attestato, ad esempio, presso la chiesa di Faverga di Castion. Diversi luoghi di culto della diocesi di Belluno-Feltre rientrano in questa tipologia che unisce sacro e protezione. Di seguito presentiamo alcuni esempi significativi del territorio bellunese. Il santuario di San Mamante nel Castionese, meta di intensi pellegrinaggi fin dal Medioevo, raccoglieva fedeli che invocavano il taumaturgo come protettore e guaritore. All’esterno, una tettoia addossata al lato destro dell’edificio era destinata a riparare i pellegrini dalle intemperie durante le lunghe soste e le celebrazioni del 17 agosto. Degno di nota è anche il caso della chiesa di Santa Maria Assunta di Antole, che si distingue per un ampio e profondo pronao su pilastrini che faceva da anticamera al sacro e da punto di sosta; le tombe ancora visibili nel pavimento testimoniano anche l’uso dell’area come spazio di sepoltura. La chiesetta della Beata Vergine della Neve a Orzes presenta un pronao neoclassico a dieci colonne che non nacque come semplice ornamento, ma assunse l’attuale fisionomia durante la pestilenza del 1836, come ricorda un’iscrizione. Il portico si caricò così del valore di ex voto collettivo e divenne baluardo di speranza, rifugio fisico e spirituale invocato dalla comunità contro il morbo. La chiesetta rurale di San Michele, situata su un pianoro a Col Fiorito, presenta un portico con orditura in legno, indispensabile come luogo di ricovero. Similmente, il sacello di San Gaetano da Thiene sulla Calmada fu eretto nel 1918 esplicitamente “a protezione e ricovero dei viandanti”, come riporta una lapide murata: il portico, in questo caso, rispondeva alla necessità primaria di fornire un riparo nel tragitto. Ancora, l’oratorio della Beata Vergine delle Grazie (San For), con il suo caratteristico portico che “cavalca” la stradina, è legato alla funzione di ultimo riparo per i condannati a morte, segnando una sosta materiale e spirituale in un momento decisivo. Anche la chiesa di Sagrogna (Santi Severo e Brigida) presenta un portico d’ingresso in travi lignee e pilastrini, più volte ricostruito (nel Seicento e all’inizio del Un caratteristico elemento architettonico I portici delle chiesette luogo di riparo tra sacro e profano Spazi che garantivano protezione e accoglienza NEPAL - Un’architettura nata dal basso La gentilezza in una panchina la qualità urbana coincide con la qualità delle relazioni I caratteristici ‘‘sata’’ sulle strade delle città nepalesi La città contemporanea sta attraversando un profondo cambio di paradigma: dal principio della crescita quantitativa a quello della valorizzazione qualitativa dell’esistente. In questo nuovo orientamento si afferma il concetto di architettura gentile, intesa come pratica spaziale capace di promuovere inclusione, relazione e cura. Come osserva Jan Gehl in Cities for People (2010), la città centrata sulla persona restituisce valore a spazi minimi ma socialmente generativi, in cui la bellezza non è data dalla forma, bensì dalla qualità dell’esperienza umana. L’architettura gentile non aggiunge, ma rigenera: ridisegna lo spazio esistente trasformandolo in un dispositivo di coesione sociale e di benessere diffuso. In questa prospettiva, può essere interpretata come un approccio progettuale che mette al centro la relazione tra persone e spazio, promuovendo forme di inclusione, partecipazione e cura condivisa dei luoghi. Si fonda sull’idea che lo spazio pubblico non sia soltanto un bene materiale, ma un bene relazionale, la cui qualità dipende dalle interazioni che riesce a generare e dal capitale sociale che contribuisce a costruire. All’estremo opposto si colloca l’architettura ostile – o defensive design – che concepisce la progettazione non come occasione di convivenza, ma come dispositivo di controllo ed esclusione. Emblematico è il caso della Camden Bench, introdotta nel 2012 a Londra dal London Borough of Camden e progettata da Factory Furniture. La seduta, dalle superfici inclinate e prive di spigoli, è concepita per impedire il riposo, l’utilizzo da parte degli skateboarder e la sosta prolungata. Come riportato da The Guardian (Bramley, 2014), è stata definita “the pinnacle of hostile architecture”, simbolo di una città che controlla invece di accogliere. In contrapposizione a questa prospettiva, il Nepal offre un modello spontaneo e opposto di architettura gentile. Lungo le strade e nei pressi dei templi si trovano le Sata, piccole strutture in pietra o legno, coperte e aperte sui lati, tipiche della cultura Newar della Valle di Kathmandu. Concepite per accogliere chi viaggia, riposa o desidera incontrarsi, queste “panchine coperte” rappresentano una forma di welfare comunitario che unisce funzionalità, spiritualità e coesione sociale, intrecciando architettura e religione buddhista o induista in una relazione di reciproco riconoscimento e accoglienza. Come emerge dall’intervista, realizzata in lingua italiana, a Lila Bahadur Shahi, nepalese, studioso delle tradizioni locali e cultore della lingua e della cultura italiana e residente a Kathmandu, i sata non sono solo elementi architettonici materiali, ma luoghi simbolici in cui si manifesta la gentilezza territoriale: una disposizione collettiva a condividere lo spazio e a riconoscere l’altro. Questa architettura nata dal basso testimonia come la qualità urbana possa coincidere con la qualità delle relazioni, e come la gentilezza – più che l’efficienza – rappresenti oggi una dimensione chiave dell’attrattività territoriale e della rigenerazione dei luoghi. Luciano Malfer La chiesa di san Francesco a Faverga e quella di san Mamante (Castion). (Foto Stefano Reolon) ANTOLE - La chiesa di santa Maria Assunta. Novecento), così come quelli delle chiese di San Pietro in Corona a Sedico e di Santa Giuliana a Regolanuova di Sospirolo. In sintesi, l’analisi di questi edifici sacri mostra come portici e vestiboli fossero ben più di semplici appendici architettoniche: erano spazi multifunzionali che garantivano protezione, accoglienza e possibilità di incontro, rafforzando il ruolo della chiesa come centro della vita spirituale e civile della comunità. Giorgio Reolon Chiesa di san Michele a Col Fiorito. KATHMANDU - Un esempio di ‘‘sata’’ nepalese. LONDRA - Un esempio di Camden Bench. (Immagine generata con il supporto di I.A.) NEPAL - Un altro esempio di ‘‘sata’’, per condividere lo spazio e accogliere l’altro. San Gaetano della Calmada.

L’Amico del Popolo 25 dicembre 2025 - N. 51 8 Testatina L’Amico del Popolo Chiesa di Belluno-Feltre È stato recentemente in Lituania, per ascoltare l’allarme di un illustre conferenziere: «Fra 10 o 15 anni la Russia ci invaderà. Dobbiamo prepararci alla guerra». Al che don Bruno Bignami ha chiesto: «Ma in dieci anni non c’è nessuno che può cominciare a parlare con la Russia?». Cremonese di nascita e docente di teologia, don Bruno oggi è direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro, chiamato a occuparsi delle tematiche relative alla dottrina sociale della Chiesa, al mondo del lavoro, alla custodia del creato e all’economia. Ricopre anche il ruolo di Postulatore della causa di beatificazione di don Primo Mazzolari, autore di un volume dal titolo perentorio: Tu non uccidere. Nella serata di giovedì 18 dicembre è stato invitato a Treviso a tenere la prolusione per l’inizio dell’Anno accademico dell’Istituto superiore di scienze religiose “Giovanni Paolo I” e dell’Istituto teologico interdiocesano “G. Toniolo”. Erano presenti anche il preside della Facoltà teologica di Padova e i tre vescovi di Belluno-Feltre, Treviso e Vittorio Veneto, che promuovono e sostengono i due istituti. Nella sua articolata riflessione, don Bignami ha invitato i presenti (docenti, studenti, familiari e ospiti) a «uscire dalla logica binaria 1-0, tipica del mondo digitale. La vita umana è molto più sfumata, non oppone le persone come nemici». Ha poi coraggiosamente indicato l’Europa come esperimento storico di educazione alla pace, dopo il disastro delle due guerre del Novecento. Ha considerato il ripensamento della dottrina cattolica, che dal teorema della ‘‘guerra giusta’’ (che in realtà era stato formulato da Agostino, Tommaso e Francesco da Vittoria per mitigare e non per legittimare la violenza), nei tempi più recenti è passata alla più severa condanna della guerra, che ormai fa più vittime tra i civili che tra i militari coinvolti. Donde una preoccupata stigmatizzazione delle nostalgiche riprese dell’antico adagio: «Si vis pacem para bellum». Dopo l’apprezzata prolusione, la consegna dei diplomi di baccalaureato (laurea breve) in teologia agli studenti che hanno concluso il percorso quinquennale presso lo Studio teologico; dei diplomi di baccalaureato e di licenza (laurea magistrale) a un folto gruppo di studenti, tra i quali un bel numero di bellunesi. Anche la nostra diocesi partecipa attivamente alla vita dei due istituti, con sei insegnanti, impegnati a vario titolo nella formazione dei futuri preti, diaconi e insegnanti di religione. Presso il Seminario Gregoriano di Belluno è attivo un polo didattico, dove è possibile seguire a distanza le lezioni. Davide Fiocco TREVISO - Da sinistra: don Michele Marcato, don Bruno Bignami, monsignor Michele Tomasi. TREVISO - Don Bruno Bignami, la prolusione per gli istituti teologici Un imperativo, educare alla pace «Usciamo dalla logica binaria che oppone le persone come nemiche» Lo scorso anno, in Avvento, avevamo promosso una raccolta fondi per la scolarizzazione dei bambini di Haiti, l’isola in preda alle violenze e alle ruberie delle gang criminali e segnata da gravi disuguaglianze sociali, e la risposta era stata positiva. Avevamo offerto supporto alla speranza di una popolazione colpita dalle violenze e dalla paura. Quest’anno, come del resto è accaduto anche in anni non lontani, è avvenuta una drammatica devastazione del territorio da parte di un terribile uragano, Melissa, una tempesta di categoria 5 di eccezionale intensità, che ha attraversato la regione caraibica verso la fine di ottobre, provocando danni incalcolabili. L’uragano ha colpito duramente Giamaica, Cuba, Haiti e la Repubblica dominicana, causando gravi distruzioni a infrastrutture, abitazioni e reti elettriche. Ne è derivata una grave emergenza umanitaria, che richiede un coordinamento stretto tra autorità nazionali, attori locali, rete Caritas e partner internazionali per garantire una risposta efficace e tempestiva. In Giamaica vi sono stati livelli estremamente elevati di distruzione abitativa. In alcune zone oltre il 90% delle abitazioni è stato danneggiato o raso al suolo, lasciando la popolazione priva di ripari sicuri e in condizioni di forte vulnerabilità. L’emergenza è stata aggravata da diversi fattori critici, tra cui l’aumento dei prezzi dei generi alimentari dal 50% al 100%. A Cuba l’uragano Melissa ha prodotto danni gravissimi, colpendo in particolare le province orientali, già caratterizzate da forti fragilità economiche e da una inadeguatezza strutturale, accentuata da un contesto già messo a dura prova dal persistere di epidemie e carenza di carburante. Tra i Paesi più colpiti vi è Haiti, già segnato da una gravissima crisi umanitaria e da vulnerabilità diffuse, che non ha ancora sanato le tremende ferite provocate dal sisma del 12 gennaio 2010. Molte comunità rurali e urbane sono rimaste isolate a causa del danneggiamento di ponti, strade e vie di comunicazione. Gravi danni ha fatto registrare l’agricoltura, con impatti diretti sui mezzi di sussistenza. L’impegno di Caritas italiana, presente nei Caraibi da molti anni a sostegno in particolare delle Caritas di Haiti e Cuba, si è subito tradotto in forme di collaborazione con le Caritas locali dei Paesi coinvolti e con Caritas internationalis. Tra le esigenze primarie poste da Caritas Cuba e Caritas Haiti vi sono: ripari sicuri e materiali da costruzione per le abitazioni danneggiate, accesso ad alimenti e acqua potabile, kit per l’igiene personale, interventi per la ripresa di piccole attività economiche, a sostegno della resilienza delle famiglie. Come possiamo aiutare le popolazioni colpite? Con raccolte fondi per sostenere gli interventi già avviati da Caritas italiana a sostegno delle Caritas locali. A questo fine la nostra Caritas diocesana si propone di promuovere un’azione di informazione e sensibilizzazione sulla situazione dei Paesi maggiormente devastati, che si possa tradurre anche in gesti concreti di solidarietà. Per questo la Caritas di Belluno-Feltre resta disponibile per incontri eventualmente richiesti dalle parrocchie. Per contributi e donazioni è possibile rivolgersi direttamente alla sede della Caritas diocesana, sita in Piazza Piloni 11, o effettuare un bonifico al seguente IBAN: IT02F 02008 11910 0001 0064 1567, intestato a Diocesi di Belluno Feltre – fondo di solidarietà. Francesco D’Alfonso HAITI - Si vive per strada. (Foto Caritas internationalis) CARITAS - La scia di distruzione di ‘‘Melissa’’ l’uragano di categoria 5 L’uragano ai Caraibi apre un’emergenza Tra i Paesi colpiti, Haiti, con le ferite ancora aperte per il sisma del 2020 Natale di nostro Signore Gesù Cristo La parola della settimana «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda... Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace» (Isaia 9,1-6). Non è solo immagine, però, ma anche profezia. Netta, senza tentennamenti. Il profeta è così: non solo spera, ma vede; non solo è un poeta: ma è anche ispirato dallo Spirito del Signore. E che sia profezia ce lo conferma anche quelle parole che annunciano «pace senza fine» e «da ora e per sempre». È questa la profezia finale, definitiva, di tutti i profeti dei tempi antichi: arriva Gesù Cristo. Vedete, per Isaia, non c’è bisogno di aspettare che il Messia cresca per esultare, per vedere la luce in fondo al tunnel, per vedere la gloria di Dio che vince ogni male. E ancora di più noi, che sappiamo esattamente chi sia il Salvatore Gesù Cristo, possiamo gioire nonostante ogni dubbio e ogni cattiveria del mondo. Il Consigliere ammirabile, il Dio potente, il Padre eterno, il Pr i nc ipe della pace, con il suo d omi n i o eterno, è un re che va proprio oltre l’ordinario. Solo con Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, si capirà questa sua eccezionalità. Infatti, l’incarnazione di Gesù Cristo, il suo essere vero Dio, oltre che vero uomo, rende possibile che i tanti titoli, che Isaia rivolge al Messia che arriva, non siano blasfemi e non siano neanche illusori. Solo il Signore, vero Dio, può realizzare vera, autentica salvezza. E solo il Signore fattosi uomo, può realizzare una salvezza non generica, anche nella nostra vita terrena, che ci salvi dalla disperazione per tutto ciò che di sbagliato e maligno concepisce o subisce l’umano. Alle volte siamo rattristati, rassegnati, incerti e titubanti su quale sia la via da prendere, come fare per resistere e tentare il bene; Gesù Cristo allora ci illumina nel nostro presente per indicare la strada da fare. Il Signore ci vuole rialzare ed è venuto per annunciarci che la guerra è finita, è vinta da Lui per ognuno di noi, che la gioia e la pace non sono illusioni, ma realtà che Gesù Cristo ci dona. Giulio Antoniol Fra i testi messianici, spicca il testo del profeta (9,1-6), il testo della notte di Natale. In questo testo, infatti, si dice che la guerra è finita perché «un bambino è nato». Non desta meraviglia che i cristiani lo abbiano visto come l’annuncio di Gesù Cristo, che si incarna e viene in mezzo a noi, nella storia umana. La situazione nel tempo di Isaia è assolutamente instabile e precaria. La guerra e la catastrofe si stanno avvicinando, le tenebre che avvolgono il popolo, sono nazionali e personali, essendo legate alle sorti del regno di Giuda circondato dai nemici e dalla guerra, che travolgerà ogni cosa. Ma su questo popolo una luce risplende. Quel paese dell’ombra della morte s e m b r a oggi facile associarlo al nostro presente. Non sono situazioni nuove nella storia umana, ma un conto è leggerle sui libri, un conto attenderle nei nostri giorni. Così, all’epoca di Isaia come nei nostri giorni, si attende con ansia questo grido: «la guerra è finita!». Questa luce, che è annunciata dal profeta Isaia come già fosse presente, è in realtà un proclama in cui il profeta vede: vede oltre il presente e l’immediato futuro. Vede lontano, ma insieme vede per sempre. Vede, magari anche in modo confuso, ma vede che il Signore è all’opera, che il Signore arriva, che il Signore è fedele alle promesse di gioia per tutto il popolo. Un bambino ci è nato! Sarà stata per Isaia un’immagine poetica? Un bambino che nasce porta con sé tutte le speranze e le attese dei suoi genitori e se destinato ad essere re, le attese di tutto il popolo. Inquadra il Qrcode e segui la rubrica online. HAITI - I segni dei terremoti del 2020-2021. (Foto AFP/SIR) Isaia non HA bisogno di aspettare il Messia per esultare, per vedere la luce in fondo al tunnel, per vedere la gloria di Dio che vince

9 L’Amico del Popolo 25 dicembre 2025 - N. 51 Chiesa di Belluno-Feltre VATICANO - A pranzo con i poveri. (Foto Vatican Media/SIR) «...ma a quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio». Queste parole dell’evangelista Giovanni ci portano a chiederci: che cos’è il Natale cristiano? È Dio diventato uomo, anzi diventato “bambino”. E il bambino è una creatura che dipende dagli altri. Così nell’essere bambino c’è, in qualche modo, il tema della ricerca di aiuto e di asilo. E quante variazioni, questo tema ha visto nella storia. Oggi ne sperimentiamo soprattutto tre. La prima: il bambino bussa alle porte del nostro mondo. Ma l’insicurezza degli adulti, o qualche calcolo di troppo, chiude le porte alla natalità e le apre all’invecchiamento della popolazione, allo spopolamento dei nostri paesi. È vero che i tempi sono difficili: ma erano forse più facili quelli segnati dalla guerra e da tante privazioni e da un tenore di vita che per molti rasentava la miseria? Perché dal nostro vocabolario cristiano è sparita la parola “Provvidenza” che, lungi dall’essere una sorta di rassegnazione, è dare credito a Colui che oggi festeggiamo? Ci sono però – ed è la seconda variante sul tema – anche gli anziani che bussano: se i figli sono l’auspicato futuro, i nostri anziani sono il presente. Sottolineiamo l’opera del volontariato, sia a livello personale che a livello associativo. Veramente una presenza umana e cristiana, che parla di autentica incarnazione nella vita e nelle sofferenze degli anziani. Il volontario apre la porta a chi bussa chiedendo accoglienza di cuore, prima che capacità professionali e disponibilità di tempo. Il Signore che nasce non ci faccia mai mancare il desiderio di metterci a disposizione di chi è più debole e fragile. Ma c’è una terza “variazione sul tema”, ed è quella di chi bussa alla nostra porta provenendo da nazioni in guerra o da situazioni problematiche. Mi pare opportuno ribadire una cosa che ci suggerisce proprio il Natale di Gesù: quello delle migrazioni è un fatto che ci interpella e che deve porci interrogativi; un fatto che non attende risposte drastiche e senza appello, ma piuttosto esige che intraprendiamo un cammino per trovare soluzioni eque e generose: le possiamo trovare, se camminiamo tutti in un’unica direzione, quella che ci viene suggerita da un cuore aperto, da sentimenti di umanità, da ciò che dice a noi cristiani il Natale: “Noi con” e mai “Noi contro”. Pensiamoci, perché dove la persona avverte di essere accolta e accetta, essa può diventare una forza arricchente; dove invece la persona si sente – a priori - respinta, rischia di produrre una sorta di intossicazione devastante all’interno della società. Quando ci troviamo di fronte a un uomo in difficoltà – quale che sia la sua razza, la sua cultura, la sua religione, la legalità della sua presenza – il cristiano ha il dovere di amarlo operosamente e di aiutarlo a misura delle proprie concrete possibilità. Allora: se sentiamo bussare, il nostro cuore sia attento e ci aiuti ad aprire le porte della nostra “umanità” più vera, quella che ci rende pronti ad accogliere Colui che si identifica nel bambino, nell’anziano, in chi è nel bisogno. Ci accompagnino le parole di sant’Agostino: «Temo il Signore che passa, perché ho paura che passi e io non me ne accorga». Che il Natale del Signore ci insegni ad essere attenti a Lui che arriva e bussa, qualsiasi volto abbia. A noi riconoscerlo ed aprirGli con coraggio e speranza. Buon Natale a tutti. Giorgio Lise NATALE - Il mistero dell’Incarnazione entra nell’attualità Il Signore che passa «Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto...» VIGO DI CADORE - Natività nella chiesa di santa Margherita in Salagona (XIII-XIV secolo). Un bambino in Ghana risolve un’equazione sullo schermo di uno smartphone, guidato da una voce che non appartiene al suo insegnante, ma a un’intelligenza artificiale che gli scrive su WhatsApp. Nel Regno Unito, una ragazza affida le proprie inquietudini a un “compagno” digitale che non si stanca, non giudica e risponde sempre con parole misurate. In Corea del Sud, uno studente segue una lezione universitaria tenuta da un avatar: il volto è quello di un professore famoso, la voce è artificiale, la lingua cambia a seconda dell’aula. Scenari che fino a pochi anni fa sembravano fantascienza stanno diventando parte della vita quotidiana. Raccontano una trasformazione profonda: l’intelligenza artificiale sta entrando in ambiti – come la scuola e l’educazione – che fino a ieri erano affidati quasi esclusivamente alla presenza umana. Non siamo più di fronte a un semplice strumento, ma a sistemi capaci di interagire e di accompagnare l’apprendimento di bambini e ragazzi. Questa trasformazione non è un fatto isolato né un semplice effetto del progresso tecnologico. È uno dei segni più evidenti di quel “cambiamento d’epoca” di cui Papa Francesco ha parlato più volte, invitando a non fermarsi all’entusiasmo per le innovazioni, ma a riflettere sulle loro conseguenze culturali, relazionali e umane. Le domande che emergono sono decisive: che cosa significa educare quando l’interlocutore non è più soltanto una persona? Quale idea di relazione e di responsabilità si trasmette quando l’apprendimento è mediato da sistemi artificiali? E quale immagine dell’uomo viene così consegnata alle nuove generazioni? In questo contesto, nel 2020 la Pontificia Accademia per la Vita ha promosso la Rome Call for AI Ethics, un appello rivolto a istituzioni, imprese e comunità scientifiche per richiamare un principio fondamentale: lo sviluppo e l’uso dell’intelligenza artificiale non sono mai eticamente neutrali e devono essere orientati al servizio della persona umana e del bene comune. Il documento insiste sulla responsabilità condivisa che accompagna l’innovazione tecnologica e sulla necessità di criteri etici robusti. In questa prospettiva, viene richiamata anche la dimensione educativa, intesa come esigenza di formare non solo competenze tecniche, ma una consapevolezza critica delle implicazioni umane e sociali delle tecnologie digitali. L’educazione diventa così un banco di prova decisivo. Non si tratta soltanto di insegnare a usare strumenti sempre più avanzati, ma di aiutare bambini e adolescenti a comprendere il tipo di relazione che stanno costruendo con sistemi capaci di influenzare il modo di apprendere, di comunicare e persino di percepire sé stessi. Il rischio è che l’efficienza tecnologica finisca per sostituire la responsabilità educativa. In gioco non c’è solo il futuro della scuola, ma la capacità di una società di accompagnare il cambiamento senza perdere di vista il primato della persona e la responsabilità verso le generazioni che verranno. Le macchine possono insegnare molto. Ma educare resta, irriducibilmente, un atto umano. Diego Puricelli Umanità e intelligenza artificiale. (Foto Siciliani-Gennari/SIR) Educazione - L’appello «Rome Call for AI Ethics» del 2020 Le macchine insegnano, ma chi educa? Le sfide dell’intelligenza artificiale Attività diocesane Diario del Vescovo Mercoledì 24 - Visita la Casa Circondariale di Belluno e presiede la celebrazione dell’Eucaristia (ore 9.30). Presiede la celebrazione dell’Eucaristia (Ospedale ‘‘San Martino’’, ore 19). Presiede in Cattedrale l’Ufficio delle letture (ore 21.45) e la celebrazione dell’Eucaristia nella notte di Natale (ore 22.30). Giovedì 25 - Natale del Signore - Presiede la celebrazione dell’Eucaristia (Feltre, Concattedrale, ore 10.30). Presiede i secondi vespri di Natale (Belluno, Cattedrale, ore 18). Presiede la celebrazione dell’Eucaristia (Belluno, Cattedrale, ore 18.30). Sabato 27 - Visita la comunità Ucraina (Belluno, San Rocco, ore 11). Domenica 28 - Presiede la celebrazione diocesana di chiusura del Giubileo in Cattedrale (Belluno, ore 10.30). Lunedì 29 - martedì 30 - Partecipa al convegno dell’Associazione Teologica Italiana sul ministero ordinato (Roma). Mercoledì 31 - Presiede la celebrazione dell’Eucaristia con “Te Deum” di ringraziamento (Belluno - Cattedrale, ore 18.30). Giovedì 1 - Presiede la celebrazione dell’Eucaristia (Feltre - Concattedrale, ore 10.30). Presiede la celebrazione dell’Eucaristia (Belluno - Cattedrale, ore 18.30). Chiusura del Giubileo Domenica 28 dicembre, in tutte le Cattedrali del mondo, avrà luogo la celebrazione a conclusione dell’Anno Giubilare, mentre il Papa celebrerà questo evento all’Epifania. La nostra Chiesa di Belluno-Feltre vivrà questo momento in Cattedrale alle ore 10.30: sarà l’occasione per rendere grazie al Signore per il suo amore incondizionato, che ci ha reso pellegrini di speranza in questo anno santo e che continuerà ad accompagnarci con la sua luce e il suo calore. In diretta su Telebelluno Dalla Cattedrale di Belluno saranno trasmesse in diretta su Telebelluno queste celebrazioni: – Mercoledì 24 dicembre, ore 20.30: santa Messa nella notte di Natale. – Domenica 28 dicembre, ore 10.30: santa Messa per la chiusura diocesana del Giubileo. – Mercoledì 31 dicembre, ore 18.30: santa Messa e Te Deum di fine anno. – Giovedì 1° gennaio 2026, ore 18.30: santa Messa per la Giornata mondiale della pace. Cervello e ‘‘cervelli’’. (Foto AFP/SIR)

L’Amico del Popolo 25 DICEMBRE 2025 - N. 51 10 Testatina È UNA VERA E PROPRIA NARRAZIONE DELLA VITA QUOTIDIANA: I LAVORI AGRICOLI, IL MERCATO, LA CHIESA, L’OSTERIA E LA GIOIA DI ADULTI E BAMBINI L’Amico del Popolo Solidarietà IL PROGETTO GEMMA Che il Natale sia la festa della vita Progetto Gemma è un’adozione a distanza ravvicinata di una donna in attesa di un figlio, gestita dalla Fondazione Vita Nova del Movimento per la Vita Italiano. Attualmente, dodici mamme sono seguite da altrettanti Centri di Aiuto alla Vita (CAV), che le assistono in tutto ciò di cui hanno bisogno. Dal 1994, grazie a Progetto Gemma, sono nati venticinquemila bambini. È possibile contribuire a questi Progetti Gemma anche con piccole somme, destinate direttamente alle donne e ai loro figli. Natale è la festa della partecipazione alla vita, e i CAV italiani, insieme alle loro iniziative collegate, hanno proprio lo scopo di rispondere a chi desidera partecipare alla vita. La prima chiave per superare le difficoltà è avere qualcuno che ascolta e accoglie, perché “nascere è venire alla luce”, ma è anche un avvenimento sociale che riguarda tutti. Ogni essere umano ha bisogno di essere accolto e accompagnato nella propria storia personale e unica. Livio Casagrande È possibile sostenere direttamente mamme e figli. C’è un gesto semplice che, a Natale, può diventare enorme: bussare a una porta e farsi trovare. In questi giorni di dicembre, mentre le luci illuminano le città e le tavole si riempiono di dolci, l’associazione Antenna Anziani ha voluto portare un segno concreto di vicinanza: circa 60 panettoni distribuiti agli assistiti nell’area di Belluno. Un dono discreto, perché ciò che conta non è chi lo offre, ma il messaggio: non sei solo. «A Natale questo sentimento emerge ancora di più», spiega Bruno Bona, vicepresidente di Antenna Anziani. «Le giornate sono lunghe, i parenti a volte sono lontani o passano poco. Allora la compagnia diventa il bisogno principale». L’associazione, che quest’anno celebra 20 anni di attività, si prende cura degli anziani in isolamento, sia nelle case di riposo sia nelle loro abitazioni. Non si tratta di assistenza sanitaria, ma di qualcosa di altrettanto fondamentale: compagnia, ascolto, tempo condiviso. I volontari entrano nelle case, si siedono a un tavolo, ascoltano storie, ricordi, preoccupazioni. Piccoli gesti che aiutano a mantenere lucidità, dignità e senso di appartenenza. Oggi Antenna Anziani conta circa 50 volontari: molti pensionati, altri giovani desiderosi di mettersi in gioco. Uno degli obiettivi è creare un ponte tra generazioni, far incontrare l’esperienza degli anziani con lo sguardo dei più giovani, affinché la fragilità diventi responsabilità condivisa. Tra i volontari c’è Sofia Boaretto Dannhauser, che dedica il proprio tempo a visitare gli assistiti. «Diventi nipote, figlia, confidente», racconta Sofia. «Entrare nelle case delle persone e nelle RSA significa creare legami autentici, fatti di ascolto e presenza». Ricevere una visita, soprattutto a Natale, significa sentirsi meno soli. La solitudine è una realtà diffusa e spesso silenziosa. «A volte basta la presenza. Essere lì», aggiunge Sofia. Ed è proprio qui che Antenna Anziani interviene: presenza, vicinanza, sostegno. Non solo aiuto pratico, ma legami, far sentire ogni persona parte di qualcosa di più grande. «Abbiamo visto tante volte che chi viene spostato in una struttura o in ospedale perde lucidità rapidamente», racconta Bruno Bona. «Restare a casa, con qualcuno che ti dedica tempo, fa davvero la differenza». L’obiettivo è chiaro: aiutare le persone a rimanere nel proprio ambiente, mantenendo intatta la propria storia e autonomia. L’impegno cresce ogni anno, nonostante risorse limitate basate in gran parte sul 5 per mille. Viene BELLUNO - L’impegno di Antenna Anziani contro la solitudine, non solo durante le feste, ma tutto l’anno. ANTENNA ANZIANI - Un gesto semplice contro la solitudine durante le feste Molto più di un panettone Sofia, una giovane volontaria, racconta: «Diventi nipote, figlia, confidente» Un presepe di quasi otto metri e un centinaio di statue per solidarietà. Sarà visitabile fino all’11 gennaio il presepe di “Insieme si può…”, allestito nella sala Don Bosco dell’oratorio di Baldenich. L’opera, completamente artigianale, è frutto della passione e del lavoro di Giorgio Roncada, poeta limanese e storico volontario dell’associazione. «Il presepe rappresenta BELLUNO - U n particolare del presepe di Baldenich. BALDENICH - In oratorio con quasi un centinaio di statue e oltre venti costruzioni «Non solo presepe, ma percorso di pace» Realizzato dal poeta limanese Giorgio Roncada per ‘‘Insieme si può...’’ nel dettaglio una comunità rurale di un paio di secoli fa. Conta oltre venti costruzioni e un centinaio di statue che, più che un presepe, formano una vera e propria narrazione della vita quotidiana: lavori agricoli e artigiani, il mercato, il mulino ad acqua e quello a vento, la chiesetta con il cimitero, l’osteria, la vita semplice ma gioiosa di adulti e bambini» spiega Roncada. «Protagonista è sempre la Sacra Famiglia, che più che mai quest’anno ci parla di pace». Ogni visitatore diventerà parte attiva del percorso: adulti e bambini potranno, infatti, personalizzare un “pacifico”, una delle figure della pace ideate dal mastro giocattolaio Roberto Papetti, che con la carovana ha portato questo cammino simbolico in numerose scuole e associazioni. “Insieme si può…” vuole BELLUNO - Il panettone non parla di abbondanza, ma di attenzione, perché il regalo più grande è il tempo donato. (Foto AI) offerto anche aiuto materiale: bollette, spese condominiali, farmaci non coperti, legna per riscaldare la casa. Bisogni concreti, spesso invisibili. Accanto all’aiuto quotidiano, non mancano momenti di incontro: cene, feste, occasioni semplici in cui volontari e utenti si ritrovano e si riconoscono come comunità. Il panettone diventa simbolo: non solo di festa, ma di cura. Racconta una rete silenziosa fatta di volontari, porte aperte e mani tese. Aiutare una persona a restare nella propria casa significa aiutarla a restare sé stessa. Anche questo Natale, il panettone non parla di abbondanza, ma di attenzione. Perché il regalo più grande non è ciò che si porta in mano, ma il tempo che si decide di donare. Elisa Strano contribuire al progetto con una tappa che dal presepe conduce idealmente fino a Birava, in Congo, dove un centro ospedaliero accoglie ogni anno oltre 5.100 persone di qualsiasi etnia, fazione e nazionalità, soprattutto in questo periodo segnato da un nuovo conflitto sanguinoso. «Non è solo un presepe, ma un percorso di pace. Lo abbiamo realizzato con l’obiettivo di aiutare le perBELLUNO - L e riproduzioni della scatole di medicinali. UN FILO DI SOLIDARIETÀ DA BALDENICH A BIRAVA (CONGO) DOVE UN CENTRO OSPEDALIERO ACCOGLIE OLTRE 5.100 PERSONE OGNI ANNO. sone a dare un significato concreto a questo Natale: le portiamo idealmente in Congo con una carovana di pacifici e un sacco pieno di medicinali salvavita», spiega il direttore Daniele Giaffredo. Grazie al supporto di alcuni volontari, infatti, l’associazione ha realizzato anche delle riproduzioni di scatole di medicinali da aggiungere alla carovana, per rendere ancora più tangibile la possibilità di contribuire con un’offerta all’acquisto di farmaci salvavita e materiale sanitario destinati alla cura delle malattie croniche dell’area e all’assistenza delle vittime della guerra. L’invito è rivolto a tutta la cittadinanza e, in particolare, alle scuole e alle classi di catechismo, che potranno concordare una visita della durata di circa cinquanta minuti. DAL 1994 A OGGI GRAZIE AL LAVORO DEL PROGETTO GEMMA SONO NATI 25 MILA BAMBINI. ATTUALMENTE SONO DODICI LE MAMME SEGUITE

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